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Teologia Cattolica: Un'introduzione

Il paragrafo iniziale del Catechismo della Chiesa Cattolica riassume l’intera vita cristiana e, di conseguenza, lo scopo della teologia cattolica:

Dio, infinitamente perfetto e beato in se stesso, per un disegno di pura bontà, ha liberamente creato l'uomo per renderlo partecipe della sua vita beata. Per questo, in ogni tempo e in ogni luogo, egli è vicino all'uomo. Lo chiama e lo aiuta a cercarlo, a conoscerlo e ad amarlo con tutte le forze. Convoca tutti gli uomini, che il peccato ha disperso, nell'unità della sua famiglia, la Chiesa. Per fare ciò, nella pienezza dei tempi ha mandato il Figlio suo come Redentore e Salvatore. In lui e mediante lui, Dio chiama gli uomini a diventare, nello Spirito Santo, suoi figli adottivi e perciò eredi della sua vita beata. (CCC n. 1)

È difficile sopravvalutare il significato profondo della primissima parola del Catechismo. In quanto sintesi autorevole della fede e della morale cattolica (CCC n. 11), il Catechismo inizia con Dio. Perché? Dio è l’inizio e la fine della dottrina cristiana. Allo stesso modo, Dio è il centro della teologia sacra. Una vita cristiana senza Dio è impossibile. Inoltre, la teologia cattolica senza Dio è incomprensibile.

Con queste parole, accuratamente selezionate e disposte, il Catechismo sottolinea il fatto che Dio è «infinitamente perfetto e beato in se stesso». Dio non soffre di alcun bisogno né di alcuna privazione. Egli è la perfezione. Pertanto, l’esistenza delle creature non ha origine da alcuna insufficienza insita in Dio. Al contrario, tutte le creature — comprese quelle razionali, siano esse uomini o angeli —procedono dal «disegno di pura bontà» di Dio. Le creature esistono perché Dio è infinitamente buono.

Dio ha creato per condividere la sua bontà con le sue creature. Egli non ha creato per ricevere qualcosa che gli mancasse. Egli «ha liberamente creato l’uomo per renderlo partecipe della sua vita beata». La sapienza amorevole di Dio è alla base della creazione della persona umana. Inoltre, la sua buona e amorevole saggezza permea le strutture intrinseche del creato in generale e la natura della persona umana in particolare. Poiché Dio ha creato l’uomo per condividere se stesso con lui, «in ogni tempo e in ogni luogo, egli è vicino all'uomo».

Non vi sono barriere tra Dio e la persona umana. La fede cristiana nega qualsiasi concezione di Dio che presupponga una distanza spaziale o affettiva tra Dio e le creature. Il Dio che crea sostiene la sua creazione nell’esistenza. La fede cristiana respinge categoricamente le concezioni deistiche della divinità e della creazione. Dio non è un orologiaio assente.

Di conseguenza, Dio «chiama e lo aiuta a cercarlo, a conoscerlo e ad amarlo con tutte le forze». La presenza di Dio alle sue creature è tale da consentire alle persone umane non solo di essere conosciute o amate da Dio, ma anche di conoscere e amare Dio a loro volta. Nessuna creatura può autocrearsi. Inoltre, in quanto creatura di Dio, la persona umana è creata per Dio. Pertanto, la realtà creata dell’umanità non è semplicemente di natura passiva. Fa parte della vocazione primordiale della persona umana di cercare Dio attraverso le facoltà attive del conoscere e dell’amare.

L’orientamento dell’uomo verso Dio si esprime anche nell’esperienza umana delle cose diverse da Dio. Tutta la verità è verità di Dio. Ogni conoscenza veritiera è in ultima analisi orientata a Dio, poiché tutta la realtà presenta una forma e una direzione orientate a Dio. E la persona umana è chiamata in modo unico a ricercare Dio in maniera specificamente razionale attraverso la conoscenza e l’amore. Fin dal suo primissimo paragrafo, il Catechismo fornisce una guida per l’intera vita umana e per l’intero pensiero cattolico. In altre parole, questo unico paragrafo offre una sintesi concisa dell’essenza della teologia cattolica.

Il Catechismo continua a illustrare l’orientamento dell’uomo verso Dio:

Il desiderio di Dio è inscritto nel cuore dell'uomo, perché l'uomo è stato creato da Dio e per Dio; e Dio non cessa di attirare a sé l'uomo e soltanto in Dio l'uomo troverà la verità e la felicità che cerca senza posa:

«La ragione più alta della dignità dell'uomo consiste nella sua vocazione alla comunione con Dio. Fin dal suo nascere l'uomo è invitato al dialogo con Dio: non esiste, infatti, se non perché, creato per amore da Dio, da lui sempre per amore è conservato, né vive pienamente secondo verità se non lo riconosce liberamente e non si affida al suo Creatore». (CCC n. 27)

Questo paragrafo è significativo perché sottolinea il fatto che l’orientamento dell’uomo verso Dio è naturale. Un’inclinazione «verso Dio» è impressa nella natura stessa dell’uomo. Non è mai esistita una persona umana che non fosse orientata verso Dio.

Pertanto, la nostra vocazione primordiale a conoscere e amare Dio non è una conseguenza di un disordine morale. Il peccato originale non è la causa della teologia cattolica. Certamente, la rivelazione di Dio guarisce, eleva e trasforma la comprensione umana. Tuttavia, il punto fondamentale rimane: tutte le persone umane sono per natura inclini a conoscere Dio. Come afferma il Catechismo: «Il desiderio di Dio è inscritto nel cuore dell'uomo, perché l'uomo è stato creato da Dio e per Dio».

Non esiste una persona umana che non sia teologica. Il principio alla base di questa affermazione (forse sorprendente) risiede in due fatti: (1) Dio è il creatore di tutte le creature e (2) le persone umane — in quanto creature razionali — possono comprendere che Dio è il loro creatore. Non solo le persone umane possono comprendere che Dio è il loro creatore, ma possono anche comprendere che Dio è il loro fine. Pertanto, in senso molto reale, la persona umana si trova tra Dio e Dio. Per sua stessa natura, la ragione umana cerca di comprendere l’esistenza umana in relazione a Dio. Una riflessione razionale che alla fine non si rivolga a Dio è una riflessione frustrata — o, quantomeno, incompleta.

In senso molto concreto, quindi, ogni persona umana è potenzialmente un teologo (ovvero, qualcuno che studia la verità su Dio). L’irrefrenabile ricerca umana della felicità e della realizzazione è, ultimamente, una ricerca di Dio. Anche se non ce ne rendiamo conto, ogni singola decisione che prendiamo è ispirata dal desiderio di conoscere Dio.

Come vedremo, la teologia cattolica non è una disciplina naturale, ma piuttosto una scienza sacra — che procede da principi (o verità prime) divinamente rivelati. Essa ha origine dalla saggezza e dall’amore di Dio, il quale ha amorevolmente disposto di redimere le creature umane cadute da Lui create. La teologia cattolica non è contraria alla natura umana. Questa scienza sacra guarisce, perfeziona, eleva e trasforma la natura umana, che è orientata, nella sua essenza, verso il divino. In una parola, la teologia cattolica è la conseguenza di un mistero profondo: «Dio «vuole che tutti gli uomini siano salvati ed arrivino alla conoscenza della verità» (1 Tm 2,4), cioè di Gesù Cristo.» (CCC n. 74).

I. Cosa significa «teologia cattolica»?

È interessante notare che l’espressione «teologia cattolica» non compare nemmeno una volta nel Catechismo della Chiesa Cattolica. Inizialmente, questa assenza potrebbe sembrare una testimonianza a sfavore della validità della teologia cattolica. È vero invece il contrario. La teologia cattolica non è una disciplina che sussiste in modo assolutamente indipendente. Piuttosto, la natura «cattolica» e la natura di «teologia», insieme, evidenziano non solo la legittimità della teologia cattolica, ma anche la necessità di tale disciplina per la vita cristiana. Il significato autentico della teologia cattolica diventa evidente solo attraverso un’adeguata comprensione del significato di «cattolica» e di «teologia».

Il significato di «cattolica»

Il Catechismo spiega che «La parola «cattolica» significa «universale» nel senso di «secondo la totalità» o «secondo l'integralità» (CCC n. 830). Pertanto, il significato di «cattolica» è contrario alle nozioni divisive o settarie. La cattolicità denota totalità, integrità e universalità.

Naturalmente, ciò spiega perché la Chiesa istituita da Cristo sia pienamente «cattolica». Citando sant’Ignazio di Antiochia, il Catechismo spiega che «È cattolica perché in essa è presente Cristo. «Là dove è Cristo Gesù, ivi è la Chiesa cattolica» (CCC n. 830). La Chiesa è cattolica nel senso che riceve — in modo universale e completo — la propria esistenza, identità e missione da Gesù Cristo, il «capo» della Chiesa. La Chiesa è intensamente cattolica. Questo punto sottolinea l’unità essenziale della Chiesa e della fede che essa ha ricevuto dal suo salvatore, Gesù Cristo. La Chiesa non si è creata né istituita da sé. La Chiesa è opera di Nostro Signore, e non vi è alcuna parte della Chiesa che sia comprensibile a prescindere da Nostro Signore. In altre parole, tutte le dimensioni della fede, dell’insegnamento, del culto e della preghiera della Chiesa sono permeate da Gesù stesso. La Chiesa è intensamente cattolica perché Gesù Cristo permea l’intera Chiesa. In ogni aspetto della Chiesa si incontra il Cristo nella sua totalità.

La Chiesa è anche estensivamente «cattolica». «Essa è cattolica perché è inviata in missione da Cristo alla totalità del genere umano» (CCC n. 831). La missione della Chiesa non subisce limitazioni discriminatorie o esclusive. «Tutti gli uomini sono chiamati a formare il nuovo popolo di Dio. Perciò questo popolo, restando uno e unico, si deve estendere a tutto il mondo e a tutti i secoli, affinché si adempia l'intenzione della volontà di Dio». La saggezza dell’ordine divino è presente sia nella creazione che nella redenzione. Dio «ha creato la natura umana una, e vuole radunare insieme infine i suoi figli, che si erano dispersi» nella Chiesa di Cristo (CCC n. 831).

Il Catechismo (richiamando la Costituzione dogmatica sulla Chiesa del Concilio Vaticano II, Lumen gentium, n. 13) mostra che il senso esteso di «cattolico» deriva direttamente dal senso intensivo del termine. «Questo carattere di universalità che adorna il popolo di Dio, è un dono dello stesso Signore, e con esso la Chiesa cattolica efficacemente e senza soste tende a ricapitolare tutta l'umanità, con tutti i suoi beni, in Cristo Capo nell'unità del suo Spirito» (CCC n. 831). Dio ha creato tutto. Dio ha mandato il suo Figlio Eterno, Gesù Cristo, per la redenzione di tutti. Pertanto, la Chiesa istituita da Cristo porta in sé la «totalità» — la cattolicità — della saggezza e dell’amore divini di Dio.

Il significato di «cattolico» ha implicazioni sul significato della teologia cattolica. La teologia cattolica è una disciplina ecclesiale. Questa disciplina — proprio in quanto cattolica — esiste in virtù della natura, dell’identità e della missione dell’unica, santa, cattolica e apostolica Chiesa di Cristo. La teologia cattolica dipende in modo assoluto dalla verità di Dio come creatore e redentore. E poiché le opere creative e redentrici di Dio culminano istituzionalmente nella Chiesa, la teologia cattolica opera sempre all’interno di questo contesto ecclesiale. Qualsiasi teologia all’interno della Chiesa di Cristo porta necessariamente in sé la cattolicità della Chiesa di Cristo.

La teologia cattolica è caratterizzata da un’universalità incentrata su Dio. Essa riflette la duplice dimensione, intensiva ed estensiva, della provvidenza divina, che «consiste nelle disposizioni con le quali Dio, con sapienza e amore, conduce tutte le creature al loro fine ultimo.» (CCC n. 321, cfr. anche n. 302). Il Dio che ha creato ogni cosa buona guida le cose che ha creato. L’ordine divinamente infuso nella realtà creata — in ogni cosa, dalla più minuscola particella subatomica al più elevato degli angeli — è evidente nelle nature che Dio ha creato. Ciò che una cosa è — la sua definizione, la sua essenza e la sua identità — riflette l’ordine provvidenziale che Dio vi ha instillato. La natura stessa di una cosa proclama l’ordine provvidenziale di Dio. È proprio questo ordine provvidenziale che sta al centro stesso della teologia cattolica.

Il significato di «teologia»

In un modo che risuona profondamente con la sua presentazione del termine «cattolico», il Catechismo della Chiesa Cattolica spiega il termine «teologia» con riferimento contestuale alla provvidenza divina. Pertanto, il Catechismo spiega la teologia (theologia) in relazione alle dinamiche dell’economia divina (oikonomia):

I Padri della Chiesa fanno una distinzione tra la Teologia e l'Economia, designando con il primo termine il mistero della vita intima del Dio-Trinità, e con il secondo tutte le opere di Dio, con le quali egli si rivela e comunica la sua vita. Attraverso l'Economia ci è rivelata la Teologia; ma, inversamente, è la Teologia che illumina tutta l'Economia. Le opere di Dio rivelano chi egli è in se stesso; e, inversamente, il mistero del suo Essere intimo illumina l'intelligenza di tutte le sue opere. Avviene così, analogicamente, tra le persone umane. La persona si mostra attraverso le sue azioni, e, quanto più conosciamo una persona, tanto più comprendiamo le sue azioni. (CCC n. 236)

In sostanza, il termine «teologia» si riferisce alla realtà di Dio stesso («il mistero della vita intima di Dio all’interno della Santissima Trinità»). Chi è Dio, nelle sue profondità più intime, è l’oggetto della teologia.

Il Catechismo collega la teologia a «tutte le opere di Dio, con le quali egli si rivela e comunica la sua vita» alle creature razionali. L’automanifestazione di Dio — la rivelazione di se stesso — rientra nell’ordine economico della provvidenza divina. Questo ordine è ciò che Dio compie al di fuori di sé, nella e per la realtà creata. La teologia ha origine da Dio ed è orientata verso Dio. Dio si rivela a noi attraverso le sue opere, e la sua autorivelazione ci permette di cogliere l’intelligibilità delle sue opere.

Dio ci dice chi è. E chi Egli è illumina le cose che Dio compie. La rivelazione di Dio di sé avviene nel contesto della provvidenza divina e chiarisce l’ordine provvidenziale di tutte le cose in relazione a Dio.

Tutti questi temi sono profondamente in sintonia con l’etimologia della parola «teologia». «Teologia» deriva dalla parola greca θεολογία (theológia). Questa parola greca è la congiunzione di due altre parole greche: Θεός (theós) e λόγος (lógos). Theós significa «dio» (Kittle e Friedrich, Theological Dictionary, 322). Lógos può essere tradotto come «parola», «discorso», «resoconto» o persino «ragionamento». «In quanto attività mentale», lógos «ha il significato fondamentale di “calcolare” o “spiegare”» (Kittle e Friedrich, Theological Dictionary, 506). Pertanto, la parola «teologia» significa letteralmente una sorta di «parola» o discorso su Dio: «il primo significato del greco θεολογία [theológia], che designa un inno, una glorificazione di Dio attraverso il λόγος [lógos], il pensiero espresso dall’uomo» (Bouyer, Eucaristia, 5). La lingua latina ha fatto propria questa parola greca «theologia».

La teologia è un discorso su Dio. Tale discorso presuppone necessariamente la conoscenza. Il discorso è impossibile in assenza di conoscenza (anche nel caso della conoscenza mistica di Dio). La conoscenza che il discorso teologico presuppone risiede, innanzitutto, in Dio stesso. Dio non sarebbe in grado di rivelare se stesso nell’ordine economico della provvidenza divina se non comprendesse pienamente se stesso. Dio può rivelarsi perché Dio comprende se stesso in modo supremo. È difficile sottolineare abbastanza l’importanza fondamentale dell’autoconoscenza di Dio. La conoscenza che Dio ha di sé stesso costituisce il fondamento della nostra comprensione di Lui. L’unico Dio — Padre, Figlio e Spirito Santo — è di per sé conoscibile perché conosce innanzitutto se stesso.

Ovviamente, il discorso teologico presuppone anche il fatto che la conoscenza che Dio ha di sé stesso sia comunicabile alle creature razionali. In altre parole, la conoscenza che Dio ha di sé stesso non è completamente racchiusa in sé stesso. La vera conoscenza di Dio non è estranea alla comprensione umana. «L'uomo ha facoltà che lo rendono capace di conoscere l'esistenza di un Dio personale. Ma perché l'uomo possa entrare nella sua intimità, Dio ha voluto rivelarsi a lui e donargli la grazia di poter accogliere questa rivelazione nella fede.» (CCC n. 35). La teologia è possibile perché Dio ha rivelato la propria intelligibilità. Il teologo Avery Dulles spiega: «Poiché la rivelazione procede dall’intelligenza divina ed è rivolta all’intelligenza umana, essa richiede un’assimilazione riflessiva» (Dulles, Craft of Theology, 105). Pertanto, la rivelazione che Dio fa di sé dipende, in primo luogo, dalla conoscenza effettiva che Dio ha di sé stesso e, in secondo luogo, dalla reale capacità della persona umana di partecipare alla conoscenza che Dio ha di sé stesso.

Naturalmente, la conoscenza di Dio trascende essenzialmente le categorie umane di comprensione (cfr. CCC n. 42). Non è possibile per una creatura conoscere Dio nello stesso modo in cui Dio conosce se stesso. La conoscenza di Dio è essenzialmente unita al suo essere. E poiché il suo essere è infinito, anche la sua conoscenza è infinita. In quanto creature, le persone umane sono finite. Pertanto, le persone umane non possono accogliere la conoscenza di Dio nello stesso modo in cui essa esiste all’interno dell’essere divino.

Dio comprende se stesso — e tutte le cose — in modo semplice. Egli è la sua comprensione. La sua conoscenza non progredisce né si sviluppa. È sempre perfetta e completa. Al contrario, la conoscenza umana terrena comprende Dio — e tutte le cose — in modo complesso. Noi non siamo la nostra comprensione. Il progresso della nostra conoscenza avviene attraverso passaggi discorsivi.

Ciononostante, gli esseri umani possono conformarsi alla realtà dell’essere e della conoscenza divini in un modo che è propriamente umano. Sebbene gli esseri umani non possano conoscere Dio come Dio conosce se stesso, possono comunque, seppur in modo creaturale, conoscerlo veramente. Se questa conoscenza reale e vera conoscenza di Dio fosse impossibile, anche la rivelazione divina sarebbe impossibile. E se la rivelazione divina fosse impossibile, allora sarebbe impossibile anche il discorso teologico che scaturisce dalla realtà provvidenziale della provvidenza sarebbe anch’esso impossibile.

Eppure la rivelazione divina non è solo possibile. È effettiva. Dio si è realmente rivelato alle persone umane (Eb 1:1–2). Pertanto, la pratica della teologia è una delle più grandi dignità della persona umana: il discorso sulla realtà di Dio (CCC n. 48). Il Dio semplice e perfetto è veramente oggetto della conoscenza umana.

In sintesi, la teologia è il discorso su Dio. E il discorso su Dio richiede la conoscenza di Dio. Pertanto, la teologia è intimamente connessa alla conoscenza di Dio.

Diversi tipi di conoscenza di Dio

La teologia è il discorso su Dio e deriva dalla conoscenza di Dio. Non sorprende che diversi tipi di conoscenza di Dio portino a diversi tipi di teologia.

Esistono due modi in cui gli esseri umani possono giungere alla conoscenza di Dio. Questi due modi di conoscere la verità su Dio si distinguono per due diversi tipi di luce intellettuale. La luce illumina un oggetto, consentendoci di percepire l’oggetto illuminato. Allo stesso modo, l’intelletto umano necessita di «luce» per conoscere qualcosa.

Il primo tipo di luce intellettuale è la luce naturale della ragione. Il secondo è la luce soprannaturale della fede. La distinzione tra la luce della ragione e la luce della fede è reale. La luce della ragione e la luce della fede non sono identiche. Tuttavia, le due luci sono intrinsecamente complementari. La luce della ragione e la luce della fede non sono in contrapposizione all’interno dell’intelletto umano. Entrambe le luci, secondo ordini diversi, consentono alla persona umana di conoscere la verità su chi è Dio e su ciò che Dio ha compiuto. Sia la ragione che la fede illuminano l’ordine della provvidenza divina.

La conoscenza di Dio alla luce della ragione umana: La teologia naturale

Il Catechismo spiega che «La santa Chiesa, nostra Madre, sostiene e insegna che Dio, principio e fine di tutte le cose, può essere conosciuto con certezza con il lume naturale della ragione umana partendo dalle cose create» (CCC n. 36). La luce naturale della ragione umana può giungere a una conoscenza certa di Dio, che è l’origine e il fine di tutte le cose. Di conseguenza, Egli non è del tutto inaccessibile alla capacità innata della conoscenza umana.

Tuttavia, la luce naturale della ragione umana non può avvicinarsi direttamente a Dio. In questa vita, la facoltà dell’intelletto umano non gode di un accesso immediato a Dio. Dio si trova al di là della scoperta diretta da parte della ragione umana. Pertanto, la luce naturale della ragione umana richiede mezzi e passaggi intermedi attraverso i quali possa giungere alla conoscenza di Dio. In altre parole, la conoscenza naturale di Dio è indiretta e deduttiva.

La ragione umana può giungere alla conoscenza di Dio solo attraverso la conoscenza di cose diverse da Dio. La ragione umana è in grado di conoscere Dio attraverso «il mondo creato». Poiché Dio è il creatore di tutto ciò che esiste, tutto ciò che esiste rimanda a Dio. La realtà creata fornisce alla ragione umana un accesso rifratto al Creatore, poiché la realtà creata è contingente. Essa non esiste in sé e per sé. Sia nella sua essenza che nella sua esistenza, la creazione dipende da un Creatore. Pertanto, la conoscenza umana della realtà creata — qualcosa che la conoscenza umana può conoscere direttamente — rimanda alla realtà del Creatore.

Il mondo e l'uomo attestano che essi non hanno in se stessi né il loro primo principio né il loro fine ultimo, ma che partecipano di quell'« Essere » che è in sé senza origine né fine. Così, attraverso queste diverse «vie», l'uomo può giungere alla conoscenza dell'esistenza di una realtà che è la causa prima e il fine ultimo di tutto e «che tutti chiamano Dio» (CCC n. 34)

L’insufficienza dell’ordine creato rimanda all’autosufficienza del Creatore. Romani 1:20 spiega: «Infatti le sue perfezioni invisibili, ossia la sua eterna potenza e divinità, vengono contemplate e comprese dalla creazione del mondo attraverso le opere da lui compiute.»{1}. Pertanto, «partendo dal movimento e dal divenire, dalla contingenza, dall'ordine e dalla bellezza del mondo si può giungere a conoscere Dio come origine e fine dell'universo» (CCC n. 32).

Questa conoscenza naturale di Dio, che scaturisce dall’ordine del creato, dà origine alla disciplina denominata teologia naturale (cfr. McInerny, Natural Theology; Levering, Proofs of God). La conoscenza naturale di Dio conduce alla teologia naturale. Poiché la teologia naturale dipende esclusivamente dalla luce della ragione umana, la teologia naturale è una disciplina propriamente filosofica. Nello specifico, la teologia naturale si colloca ai vertici della scienza filosofica della metafisica (la scienza dell’essere in sé). Le riflessioni teologico-naturali della metafisica vertono su aspetti quali le prove dell’esistenza di Dio, la natura divina stessa e la conoscenza naturale dell’essenza divina (ovvero la semplicità, la perfezione, la bontà, l’infinità, l’onnipresenza, l’immutabilità, l’eternità e l’unità di Dio).

La conoscenza di Dio alla luce della fede divina: la teologia sacra

La conoscenza naturale di Dio è una conoscenza autentica. Alla luce della ragione umana, le persone possono giungere a verità naturalmente conoscibili riguardo a Dio. Di conseguenza, la teologia naturale è una disciplina legittima. Tuttavia, il Catechismo osserva che «l'uomo incontra molte difficoltà per conoscere Dio con la sola luce della ragione».

«Infatti, sebbene la ragione umana, per dirla semplicemente, con le sole sue forze e la sua luce naturale possa realmente pervenire ad una conoscenza vera e certa di un Dio personale, il quale con la sua provvidenza si prende cura del mondo e lo governa, come pure di una legge naturale inscritta dal Creatore nelle nostre anime, tuttavia la stessa ragione incontra non poche difficoltà ad usare efficacemente e con frutto questa sua capacità naturale. Infatti le verità che concernono Dio e riguardano i rapporti che intercorrono tra gli uomini e Dio trascendono assolutamente l'ordine delle cose sensibili, e, quando devono tradursi in azioni e informare la vita, esigono devoto assenso e la rinuncia a se stessi. Lo spirito umano, infatti, nella ricerca intorno a tali verità, viene a trovarsi in difficoltà sotto l'influsso dei sensi e dell'immaginazione ed anche a causa delle tendenze malsane nate dal peccato originale. Da ciò consegue che gli uomini facilmente si persuadono, in tali argomenti, che è falso o quanto meno dubbio ciò che essi non vorrebbero che fosse vero» (CCC n. 37)

La teologia naturale non è una disciplina facile. Poiché tale teologia si fonda sulle capacità innate della persona umana e sulle dinamiche della conoscenza naturale, molti ostacoli possono impedire il progresso della teologia naturale. Questi ostacoli sono tra le ragioni «per questo l'uomo ha bisogno di essere illuminato dalla rivelazione di Dio» (CCC n. 38).

Dio è il principio e il fine della persona umana, e pertanto la conoscenza umana di Dio è di fondamentale importanza per la piena realizzazione dell’uomo. Dio, nella sua bontà, ha disposto di condividere con la persona umana, in modo diretto, la conoscenza di sé stesso. Questa conoscenza rivelata è la conoscenza della rivelazione divina, conoscenza che Dio comunica alla persona umana e che la persona umana riceve attraverso la luce della fede.

Poiché la rivelazione divina trasmette alla persona umana la conoscenza di Dio in modo diretto, è vero che «la fede è sopra la ragione» (CCC n. 159). Tuttavia, «non vi potrà mai essere vera divergenza tra fede e ragione: poiché lo stesso Dio che rivela i misteri e comunica la fede, ha anche deposto nello spirito umano il lume della ragione, questo Dio non potrebbe negare se stesso, né il vero contraddire il vero» (CCC n. 159).

In effetti, la luce della ragione è importante per la luce della fede. Se la persona umana non fosse in grado di conoscere Dio attraverso la luce della ragione, non sarebbe in grado di conoscerlo nemmeno attraverso la luce della fede. La rivelazione divina presuppone la capacità naturale dell’intelligenza umana. «Se la rivelazione fosse fondamentalmente incompatibile con la razionalità umana, non avrebbe senso fare teologia nel senso classico del termine» (Nichols, Shape of Catholic Theology, 37). La luce della ragione umana è un presupposto indispensabile per la luce della fede. Infatti, la capacità naturale della ragione umana è talmente fondamentale che «senza questa capacità, l'uomo non potrebbe accogliere la rivelazione di Dio» (CCC n. 36).

La fede divina, quindi, eleva, perfeziona e trasforma la ragione umana. «Come la grazia suppone la natura e la porta a compimento, così la fede suppone e perfeziona la ragione» (Giovanni Paolo II, Fides et Ratio, n. 43). La fede aiuta la ragione umana sia riguardo alle verità teologiche accessibili alla ragione umana naturale, sia riguardo a quelle verità teologiche (cioè i sacri misteri) che vanno al di là della scoperta spontanea della ragione umana. «l'uomo ha bisogno di essere illuminato dalla rivelazione di Dio, non solamente su ciò che supera la sua comprensione, ma anche sulle « verità religiose e morali che, di per sé, non sono inaccessibili alla ragione, affinché nella presente condizione del genere umano possano essere conosciute da tutti senza difficoltà, con ferma certezza e senza mescolanza d'errore» (CCC n. 38).

La fede aiuta la ragione a realizzare le proprie capacità. Attraverso la fede, alla ragione viene concesso l’accesso alle verità sacre che si trovano al di là delle capacità innate della ragione naturale.

Per mezzo della ragione naturale, l'uomo può conoscere Dio con certezza a partire dalle sue opere. Ma esiste un altro ordine di conoscenza a cui l'uomo non può affatto arrivare con le sue proprie forze, quello della rivelazione divina. Per una decisione del tutto libera, Dio si rivela e si dona all'uomo svelando il suo mistero, il suo disegno di benevolenza prestabilito da tutta l'eternità in Cristo a favore di tutti gli uomini. Egli rivela pienamente il suo disegno inviando il suo Figlio prediletto, il Signore nostro Gesù Cristo, e lo Spirito Santo. (CCC n. 50)

Sebbene Dio «abita una luce inaccessibile», Egli «vuole comunicare la propria vita divina agli uomini da lui liberamente creati». Pertanto, «rivelando se stesso, Dio vuole rendere gli uomini capaci di rispondergli, di conoscerlo e di amarlo ben più di quanto sarebbero capaci da se stessi» (CCC n. 52).

La luce della fede consente alle persone di conoscere Dio a un registro superiore e in modo più personale. «La fede impegna più profondamente di una semplice convinzione. Si può credere in molte cose diverse; ma, in senso stretto, si può avere fede solo in una persona.... La fede nel pieno senso del termine può avere solo Dio come oggetto» (de Lubac, Splendore della Chiesa, 33). La luce della fede consente alle persone di conoscere Dio in un modo che rispecchia la stessa conoscenza che Dio ha di sé stesso. La «Rivelazione soprannaturale», accessibile alla luce della fede, è una forma superiore di conoscenza umana (CCC n. 53). Questa conoscenza superiore di Dio genera un tipo di teologia che supera di gran lunga — sia nella forma che nel contenuto — la teologia della ragione umana. Accolta alla luce della fede, la rivelazione divina genera la scienza della teologia sacra.

Sintesi: la «teologia cattolica» è teologia sacra

Nel 1990, la Congregazione per la Dottrina della Fede pubblicò un’istruzione intitolata Donum Veritatis («Sulla vocazione ecclesiale del teologo»). L’istruzione spiegava che « la teologia è importante perché la Chiesa possa rispondere al disegno di Dio, il quale vuole «che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità” (1 Tim 2, 4)» (Donum Veritatis n. 1). Questa spiegazione dell’importanza della teologia è pienamente coerente con la presentazione che il Catechismo offre dell’intera vita cristiana (CCC n. 1).

Dio desidera la salvezza di tutti gli uomini. E la salvezza umana non è altro che l’unione con Dio nella verità e nell’amore. Pertanto, la teologia cattolica è una disciplina ecclesiale, una scienza che si sviluppa all’interno della Chiesa di Gesù Cristo. È pienamente «cattolica» e «teologica». È cattolica nella misura in cui partecipa all’universalità intensiva ed estensiva della Chiesa di Cristo. La teologia cattolica è una disciplina intrinsecamente legata al Verbo incarnato, Gesù Cristo. Non vi è alcuna parte della teologia cattolica che sia scollegata dalla rivelazione che Dio fa di sé in Gesù. Inoltre, la teologia cattolica partecipa allo scopo stesso dell’Incarnazione: portare la salvezza di Dio a tutti gli uomini in ogni tempo e in ogni luogo.

La teologia cattolica è anche propriamente teologica. È un discorso su Dio che riguarda sia il mistero della vita e dell’essere divini di Dio stesso (theologia), sia quelle cose che Dio ha compiuto e continua a compiere nell’ordine della provvidenza divina (oikonomia). In quanto discorso su Dio all’interno della comunità ecclesiale, la teologia cattolica è intimamente connessa alla conoscenza di Dio — sia alla conoscenza che Dio ha di sé stesso, sia alla conoscenza che gli esseri umani hanno di Dio.

Perciò, la teologia cattolica è per eccellenza teologia sacra. Essa deriva dalla «rivelazione soprannaturale» di Dio. La teologia cattolica procede dalla rivelazione divina alla luce della fede. Tuttavia, la teologia cattolica non sopprime la luce naturale della ragione. Anzi, essa presuppone la luce della ragione. La capacità naturale della ragione umana di cogliere la verità su Dio — anche se indirettamente attraverso le cose che Dio ha creato — è fondamentale per l’accoglienza umana della rivelazione divina.

In sintesi, la teologia cattolica è una disciplina ecclesiale, illuminata dalla luce della fede, che si avvale della luce naturale della ragione umana. La teologia cattolica ha origine da Dio ma risiede nelle capacità razionali della persona umana. Di conseguenza, essa tiene conto sia della trascendenza soprannaturale di Dio sia delle esigenze salvifiche della natura umana.

Il Dio del mistero infinito ha creato le persone umane con saggezza e amore, e le ha chiamate all’unione salvifica con sé stesso. La teologia cattolica è una dimensione essenziale della risposta umana alla saggezza e alla bontà soprannaturali di Dio.

II. La luce della fede e la teologia sacra

In quanto teologia sacra, la teologia cattolica procede alla luce della fede. Il Catechismo spiega che «La fede è innanzi tutto una adesione personale dell'uomo a Dio; al tempo stesso ed inseparabilmente, è l'assenso libero a tutta la verità che Dio ha rivelato» (CCC n. 150, enfasi nell’originale). La fede è la virtù mediante la quale la persona umana, in questa vita presente, crede tutto ciò che Dio ha rivelato proprio perché Dio lo ha rivelato. Ecco perché la fede è classificata come virtù teologica. «Il motivo di credere [nella fede] non consiste nel fatto che le verità rivelate appaiano come vere e intelligibili alla luce della nostra ragione naturale. Noi crediamo “per l'autorità di Dio stesso che le rivela, il quale non può né ingannarsi né ingannare”» (CCC n. 156). Questa motivazione alla base dell’assenso di fede — questo «oggetto formale» della fede — spiega la differenza essenziale tra la fede teologica e la semplice credenza umana. L’autorità di Dio è il fondamento e l’oggetto della fede. La motivazione esclusiva che conduce alla fede teologica è Dio stesso: la Prima Verità che rivela.

« La fede è innanzi tutto una adesione personale dell'uomo a Dio». Pertanto, «la fede cristiana differisce dalla fede in una persona umana. È bene e giusto affidarsi completamente a Dio e credere assolutamente a ciò che egli dice.» (CCC n. 150). Poiché Dio è la Verità stessa, Egli non può ingannare. Tutto ciò che viene accolto nella fede è assolutamente certo. La fede «è certa, più certa di ogni conoscenza umana, perché si fonda sulla Parola stessa di Dio, il quale non può mentire. Indubbiamente, le verità rivelate possono sembrare oscure alla ragione e all'esperienza umana … “la certezza data dalla luce divina è più grande di quella offerta dalla luce della ragione naturale”» (CCC n. 157).

Come osservato in precedenza, la luce soprannaturale della fede supera le capacità naturali della persona umana. La fede non è il prodotto dell’ingegno o dello sforzo umano. «La fede è una grazia». È «un dono di Dio, una virtù soprannaturale da lui infusa» (CCC n. 153). Come ha osservato un autore, «le ragioni astratte per credere in Dio non sono mai state la fonte della fede di nessun uomo» (Bouyer, Invisible Father, 3). Per compiere un atto di fede, la persona umana deve avvalersi degli «aiuti interiori dello Spirito Santo, il quale muova il cuore e lo rivorga a Dio, apra gli occhi della mente,  dia “a tutti dolcezza nel consentire e nel credere alla verità”» (CCC n. 153). La fede consente al cristiano di vedere e conoscere tutte le cose sotto una luce soprannaturale.

Il deposito della fede e gli articoli di fede

La cattolicità della fede deriva dal fatto che «Dio “vuole che tutti gli uomini siano salvati ed arrivino alla conoscenza della verità” (1 Tm 2,4), cioè di Gesù Cristo. È necessario perciò che il Cristo sia annunciato a tutti i popoli e a tutti gli uomini e che in tal modo la Rivelazione arrivi fino ai confini del mondo» (CCC n. 74). Gesù Cristo stesso è la pienezza della rivelazione divina. Agli apostoli egli affidò il suo messaggio evangelico, «che, promesso prima per mezzo dei profeti, egli aveva adempiuto e promulgato con la sua parola» (CCC n. 75). E gli apostoli trasmisero il Vangelo loro affidato, oralmente e per iscritto, ai loro successori, i vescovi (CCC nn. 76-77). «Accade così che la Chiesa, alla quale è affidata la trasmissione e l'interpretazione della Rivelazione, “attinga la sua certezza su tutte le cose rivelate non dalla sola Sacra Scrittura. Perciò l'una e l'altra devono essere accettate e venerate con pari sentimento di pietà e di rispetto”» (CCC n. 82).

«Il deposito della fede (“depositum fidei”), contenuto nella sacra Tradizione e nella Sacra Scrittura, è stato affidato dagli Apostoli alla totalità della Chiesa» (CCC n. 84). Anche in questo caso, vediamo come la Chiesa funga da contesto della fede teologica. Poiché la Chiesa è «colonna e sostegno della verità» (1 Tim 3:15), essa «conserva fedelmente la fede, che fu trasmessa ai credenti una volta per tutte. È la Chiesa che custodisce la memoria delle parole di Cristo e trasmette di generazione in generazione la confessione di fede degli Apostoli. Come una madre che insegna ai suoi figli a parlare, e quindi a comprendere e a comunicare, la Chiesa nostra Madre ci insegna il linguaggio della fede per introdurci nell'intelligenza della fede e nella vita» (CCC n. 171).

Questo riferimento al «linguaggio della fede» riveste la massima importanza. La dottrina salvifica che Cristo ha affidato alla Chiesa è destinata a tutti gli uomini e a tutti i tempi. Tuttavia, il linguaggio della fede ha un contenuto reale ed è un linguaggio molto preciso e determinato. La necessità di tale precisione deriva dalla profondità dei misteri della fede e dall’adeguatezza di tale linguaggio a tutti gli uomini.

Le parole hanno un significato reale. Esse comunicano la verità. Le parole trasmettono il significato nientemeno che della realtà. È la realtà stessa a determinare il potere delle parole. Poiché la realtà esiste, le parole hanno significato. È attraverso il significato delle parole che si può conoscere ed esprimere la natura della realtà. Le parole della fede comunicano la verità sacra. Pertanto, la natura e il contenuto della verità sacra sui misteri divini determinano il linguaggio della fede.

Poiché i misteri della fede sono al tempo stesso sublimi e certi, il linguaggio della fede della Chiesa è specifico e quindi definito con precisione. Il Dio che è e che salva non cambia in se stesso, né viene meno alla «sua promessa di misericordia» nei nostri confronti (Lc 1:55). Il linguaggio della fede è intrinsecamente legato alle realtà della fede.

Inoltre, questo linguaggio della fede, specifico e ben definito, facilita la diffusione dei misteri della fede. In altre parole, la dottrina della Chiesa non è un «bersaglio mobile». Non subisce mai una crisi di identità. La Chiesa non ridefinisce la propria dottrina e, pertanto, il suo lessico permane immutato nel corso dei secoli. Questa continuità della professione e dell’espressione sacra consente alle persone di ogni epoca, nazione e cultura di accogliere la fede immutabile. Il linguaggio della fede non sfugge mai alla portata dell’uomo. A prescindere da chi sia una persona o da quale sia la sua storia personale, è sempre possibile accedere ai misteri salvifici comunicati nel linguaggio della fede.

Il linguaggio della Chiesa è il linguaggio della fede, e si tratta di un linguaggio che chiunque può apprendere ovunque e in qualsiasi momento. La Chiesa custodisce il proprio linguaggio perché venera Gesù Cristo e il suo sacro deposito di fede. Il linguaggio della fede è dogmaticamente definito senza essere statico e privo di vita. Il linguaggio della Chiesa è saldamente radicato grazie alla stabilità dell’identità di Nostro Signore come Salvatore del mondo.

«Fin dalle origini, la Chiesa apostolica ha espresso e trasmesso la propria fede in formule brevi e normative per tutti». Tuttavia, «la Chiesa ha anche voluto riunire l'essenziale della sua fede in compendi organici e articolati» (CCC n. 186). Queste «sintesi» di «simboli» o «professioni di fede» sono chiamate credi (dal termine latino credo, «credo»). I credi contengono gli articoli di fede.

Il Catechismo spiega che «come nelle nostre membra ci sono certe articolazioni che le distinguono e le separano, così, in questa professione di fede, giustamente e a buon diritto si è data la denominazione di articoli alle verità che dobbiamo credere in particolare e in maniera distinta» (CCC n. 191). Gli articoli di fede, quindi, sono verità distinte della fede comprese nel sacro deposito della fede. «I fedeli devono credere gli articoli del Simbolo, “affinché credendo, obbediscano a Dio; obbedendo, vivano onestamente; vivendo onestamente, purifichino il loro cuore, e purificando il loro cuore, comprendano quanto credono”» (CCC n. 2518).

Il deposito della fede è un tutto unificato, e gli articoli di fede evidenziano l’unità e l’integrità di questo sacro deposito. Nel loro insieme, i singoli articoli comunicano la rivelazione divina affidata alla Chiesa sotto la guida degli apostoli. Inoltre, come osserva il Catechismo, tali articoli sono finalizzati alla trasformazione purificatrice del cuore umano e all’ comprensione più profonda della fede che essa riceve. 

«La fede in cerca di comprensione»

Sebbene la fede sia una virtù soprannaturale infusa da Dio, essa si traduce anche in un atto autenticamente umano. «È impossibile credere senza la grazia e gli aiuti interiori dello Spirito Santo. Non è però meno vero che credere è un atto autenticamente umano». Di conseguenza, «anche nelle relazioni umane non è contrario alla nostra dignità credere a ciò che altre persone ci dicono di sé e delle loro intenzioni, e far credito alle loro promesse» (CCC n. 154).

Le facoltà umane di conoscere e di amare non vengono soppresse dall’influenza della grazia divina o della fede teologica. Poiché Dio è immediatamente presente in tutta la realtà creata, la sua influenza causale su di essa non è in alcun modo violenta o dirompente. «Quando l’amore del nostro Dio agisce a nostro favore, richiede la nostra cooperazione, ovvero la nostra fede» (Corbon, Wellspring of Worship, 90). In quanto causa prima e fine ultimo di tutte le cose, Dio opera intimamente all’interno di tutto ciò che ha creato. La provvidenza divina si estende fino alle profondità più intime di tutte le cose. Pertanto, «nella fede, l'intelligenza e la volontà umane cooperano con la grazia divina: “Credere è un atto dell'intelletto che, sotto la spinta della volontà mossa da Dio per mezzo della grazia, dà il proprio consenso alla verità divina”» (CCC n. 155).

Poiché la persona umana riceve la rivelazione divina, questa è proporzionata alla natura umana. Sebbene la fede trascenda la ragione umana, essa non la viola. Infatti, il Catechismo spiega che affinché «l'ossequio della nostra fede fosse "conforme alla ragione", Dio ha voluto che agli interiori aiuti dello Spirito Santo si accompagnassero anche prove esteriori della sua rivelazione» (CCC n. 156). Queste «prove esteriori» non sono, in senso stretto, dimostrazioni delle verità soprannaturali rivelate dalla rivelazione divina. Si tratta piuttosto di motivi di credibilità (motiva credibilitatis): «segni certissimi della divina rivelazione, adatti ad ogni intelligenza... i quali mostrano che l'assenso della fede non è “affatto un cieco moto dello spirito”» (CCC n. 156). Sebbene la fede superi la ragione umana, essa rimane comunque eminentemente ragionevole.

Una delle definizioni più famose della teologia sacra è quella data da sant’Anselmo di Canterbury (1033/4–1109): «la fede che cerca la comprensione». Poiché la fede è proporzionata alla natura umana — e, di conseguenza, alla ragione umana —, essa non è ostile alla naturale inclinazione umana a comprendere la verità. Anzi, «è caratteristico della fede che il credente desideri conoscere meglio colui nel quale ha posto la sua fede, e comprendere meglio ciò che egli ha rivelato». La fede non neutralizza la ragione umana, né rende inerte la comprensione umana. Piuttosto, la fede suscita nella persona umana un desiderio santificato di «una conoscenza più penetrante» e di «una intelligenza viva dei contenuti della Rivelazione» (CCC n. 158).

Questo desiderio di una comprensione vitale della rivelazione divina scaturisce dal contenuto reale della fede. Il Catechismo sottolinea il fatto che la fede non si limita a mere parole o espressioni. «Noi non crediamo in alcune formule, ma nelle realtà che esse esprimono e che la fede ci permette di “toccare”» (CCC n. 170). La virtù teologica della fede consente alla persona di fede di avere un contatto effettivo e vivo con le cose divine. «L'atto [di fede] del credente non si ferma all'enunciato, ma raggiunge la realtà [enunciata]» (CCC n. 170). Il linguaggio, la terminologia e le proposizioni della fede sono quindi strumenti che consentono all’assemblea cristiana di «accostarsi» alle realtà divine e «di esprimere e di trasmettere la fede, di celebrarla in comunità, di assimilarla e di viverla sempre più intensamente» (CCC n. 170).

Finché permane la fede, permane anche il desiderio umano di penetrare sempre più profondamente gli oggetti della fede. Sotto l’influenza dello Spirito Santo, «l'intelligenza tanto delle realtà quanto delle parole del deposito della fede può progredire nella vita della Chiesa». Ed è qui che il Catechismo accenna alla perenne rilevanza della teologia: «È in particolare «la ricerca teologica [che] prosegue nella conoscenza profonda della verità rivelata» (CCC n. 94).

Il desiderio di ricerca teologica è la risposta innata dell’uomo all’accoglienza della fede. La fede non è il fine dell’indagine e dell’esplorazione umana. Nell’ordine soprannaturale, ne costituisce l’inizio. I misteri della fede invitano all’esame razionale proprio perché sono adatti alle persone umane in quanto creature razionali. Pertanto, in senso molto reale, l’indagine teologica è l’effetto santificante della fede nella persona umana. La fede conduce la persona umana alla teologia sacra.

III. Teologia sacra: approfondimento della conoscenza umana della verità rivelata

«La teologia si organizza come scienza della fede alla luce di un duplice principio metodologico: l'auditus fidei e l'intellectus fidei. Con il primo, essa entra in possesso dei contenuti della Rivelazione così come sono stati esplicitati progressivamente nella Sacra Tradizione, nella Sacra Scrittura e nel Magistero vivo della Chiesa. Con il secondo, la teologia vuole rispondere alle esigenze proprie del pensiero mediante la riflessione speculativa» (Giovanni Paolo II, Fides et ratio, n. 65). Pertanto, la teologia sacra è la risposta umana santificata alla rivelazione divina accolta nella fede. Nello specifico, la teologia sacra è la ricerca continua di una comprensione più profonda di ciò che Dio ha rivelato «per noi uomini e per la nostra salvezza». La teologia sacra opera a partire dal contenuto della rivelazione divina, sotto la forma della fede teologica e nell’ambito della struttura dell’intelletto umano. Ciascuno di questi elementi contribuisce alla natura della teologia sacra.

Yves Congar ha spiegato che «il termine “teologia” significa una trattazione ragionata su Dio». La teologia «può essere definita come un corpus di conoscenze che interpreta, elabora e ordina razionalmente le verità della Rivelazione» (Congar, Storia della teologia, 25). La funzione essenziale della teologia sacra è quella di fornire una descrizione accurata della rivelazione divina di Dio. La finalità o scopo di questa disciplina sacra è la conformità al santo insegnamento di Nostro Signore. Pertanto, la teologia sacra è la più complessa di tutte le discipline. La sublimità della rivelazione divina pone grandi esigenze all’intelletto umano, il quale cerca di comprendere ciò che è stato rivelato. Nessun altro corpus di conoscenze supera la dignità delle verità soprannaturali ricevute nella fede. E nessun’altra opera di contemplazione acquisita è così impegnativa come quella della teologia sacra.

L’indagine teologica di questo tipo è, paradossalmente, la più semplice e la più complessa di tutte attività intellettuali. La teologia sacra è semplice nella misura in cui il suo oggetto è semplice: Dio stesso. È complessa perché il processo della conoscenza umana non è semplice. Infatti, la cognizione umana è un processo che comprende molte parti e richiede molte fasi. «La tradizione cattolica afferma che, dal punto di vista della realtà divina in cui si crede, le verità di fede rimangono semplici e uniche, ma dal punto di vista dell’atto del credente, le realtà divine assumono una forma umana nella conoscenza e nell’affermazione. Le proposizioni di fede adattano la verità divina ai limiti del nostro intelletto» (Cessario, Christian Faith, 75). Pertanto, la contemplazione della teologia sacra è meravigliosamente «tesa» tra i due poli della semplicità e della complessità.

Sia la semplicità di Dio che la complessità della persona umana ispirano l’opera della teologia. E chi pratica fedelmente la teologia sacra non si scoraggia mai di fronte alla simultanea sublimità e contingenza della propria disciplina. La comprensione della fede richiede proprio questa congiunzione di sublimità e contingenza.

Solo nella visione beatifica l’intelletto umano sarà in grado di contemplare Dio direttamente. Tuttavia, «La fede ci fa gustare come in anticipo la gioia e la luce della visione beatifica, fine del nostro pellegrinare quaggiù. Allora vedremo Dio “a faccia a faccia” (1 Cor 13,12), “così come egli è” (1 Gv 3,2). La fede, quindi, è già l'inizio della vita eterna: “Fin d'ora contempliamo come in uno specchio, quasi fossero già presenti, le realtà meravigliose che le promesse ci riservano e che, per la fede, attendiamo di godere”» (CCC n. 163).

Grazie alla sua infinita misericordia e bontà, Dio, che conosce perfettamente se stesso, ha liberamente scelto di rivelare la conoscenza che ha di sé. Questa è la rivelazione divina. La visione beatifica è il momento in cui le creature razionali vedranno Dio così com’è in se stesso, faccia a faccia, nella patria celeste. La teologia sacra è l’attività dei pellegrini qui sulla terra che (1) hanno accolto la rivelazione di Dio nella fede, (2) anelano alla visione beatifica e (3) rifiutano di attendere il cielo prima di iniziare a contemplare i misteri divini.

I teologi sono coloro che hanno deciso di iniziare la contemplazione della verità divina qui e ora. La teologia sacra, quindi, è una sorta di impazienza santificata.

Tutti questi elementi contribuiscono a spiegare perché la teologia sacra sia così complessa. Tutti i credenti cristiani accolgono la rivelazione divina nella fede. Ma quei credenti cristiani che si dedicano alla fede alla ricerca della comprensione utilizzano tutte le risorse disponibili in questo ambizioso compito. Essi ricorrono a tutti gli strumenti intellettuali per il compito della contemplazione teologica. Nulla è superfluo o capriccioso nell’esercizio della teologia sacra. Poiché la teologia sacra procede alla luce della fede, tutti gli aspetti di questa disciplina sacra sono configurati precisamente attorno a Dio.

«Il compito primario della teologia cristiana è chiarire come debba essere compreso il Dio in cui crediamo» (Sokolowski, God of Faith and Reason, 1). Poiché la comprensione della fede è un compito che spinge la cognizione umana ai suoi limiti creati, la teologia sacra è la più rigorosa di tutte le discipline ed è la più precisa di tutte le scienze.

La teologia sacra come scienza

La teologia sacra è una vera scienza — anzi, una «scienza sacra» (CCC n. 906). La scienza (o scientia, in latino) è un tipo specifico di conoscenza. Rientra nella categoria della conoscenza intellettuale (da distinguersi dalla conoscenza sensoriale).

La natura scientifica della teologia sacra deriva dall’orientamento alla comprensione dell’intelletto umano nell’adesione agli articoli di fede. Come osservato in precedenza, la fede non sopprime l’inclinazione della ragione a comprendere. Al contrario, la fede invita all’indagine razionale. Pertanto, la scienza teologica è il processo metodico e deliberato mediante il quale l’intelletto umano persegue l’intelligibilità di ciò che è conosciuto per fede. Questo processo si conforma sia alla natura e al contenuto della rivelazione divina, sia alla struttura e ai limiti della natura umana. In altre parole, la scienza teologica riflette la sublimità soprannaturale della fede nel rispetto delle esigenze naturali della persona umana.

Esistono due tipi di conoscenza intellettuale: mediata e immediata. Poiché la conoscenza scientifica è il risultato del processo discorsivo della dimostrazione, la teologia sacra è una conoscenza intellettuale mediata: opera attraverso il mezzo della dimostrazione. In sintesi, la scientia è conoscenza intellettuale mediata caratterizzata da verità e certezza, poiché la scienza si acquisisce per mezzo della conoscenza preliminare dei principi primi o delle cause prime.

I primi principi costituiscono il fondamento assoluto di ogni scienza. Sono i punti di partenza — le «prime verità» — del ragionamento scientifico. Infatti, una scienza priva di primi principi è impossibile. Nessuna scienza prova o dimostra i propri primi principi. Pertanto, la teologia sacra non dimostra i propri principi primi, che sono gli articoli di fede. Questi principi primi sono rivelati divinamente da Dio e vengono accolti dal teologo nella fede. È alla luce degli articoli di fede che la teologia sacra procede in modo discorsivo verso le verità virtualmente contenute nei principi primi. Attraverso gli articoli di fede («mediati»), la scienza della teologia sacra è in grado di acquisire ulteriori verità (cioè conclusioni) virtualmente contenute in questi principi primi della fede.

La teologia sacra è quindi la scienza della fede. La fede garantisce l’oggettività di questa scienza sacra. L’oggetto formale della teologia sacra è la rivelazione divina. La conoscenza così come divinamente rivelata è l’aspetto in base al quale si svolgono tutte le considerazioni scientifiche nella scienza teologica. Inoltre, questo aspetto unifica tutte le considerazioni all’interno della teologia sacra.

Il soggetto di una scienza è ciò che lo scienziato cerca di conoscere. Il soggetto proprio della scienza teologica è l’essere divino (ens divinum) così come è conoscibile attraverso la rivelazione divina. Di conseguenza, Dio stesso è il soggetto principale della teologia sacra. Dio è il referente primario in tutta la scienza teologica.

Ciononostante, nella scienza della teologia sacra possono essere prese in considerazione tutte le cose, anche se non sono Dio stesso. Queste altre cose rientrano nell’ambito scientifico della teologia sacra in riferimento a Dio (sub ratione Dei) in quanto provenienti da Dio o ordinate a Dio. Questa portata universale dei «soggetti secondari» all’interno della teologia sacra è unica tra tutte le scienze (ad esempio, la filosofia naturale, la metafisica, l’epistemologia). «È solo perché la ragione è illuminata dalla fede, che a sua volta proviene da Dio, che la teologia sacra può avere un ambito così vasto: tutto l’essere, creato e increato, rientra nella sua considerazione» (Wallace, Role of Demonstration, 38).

Sebbene la teologia sacra proceda sotto l’influenza formale della luce divina, essa rimane una scienza limitata al modo umano di conoscere. La conoscenza umana avanza attraverso un processo graduale, discorsivo o dimostrativo; la scienza teologica riflette questo modo umano di conoscere.

Tutte le scienze autentiche (scientiae) godono di certezza nelle loro conclusioni. Tuttavia, le conclusioni della teologia sacra godono del massimo grado di certezza poiché la certezza delle conclusioni teologiche dipende dalla certezza dei principi di fede divinamente rivelati — ed è «riconducibile» a essi. In altre parole, tutte le conclusioni valide tratte nell’ambito della teologia sacra recano le caratteristiche dei principi da cui tali conclusioni derivano. Poiché hanno origine da Dio, gli articoli di fede sono assolutamente certi, e le conclusioni tratte dagli articoli di fede partecipano alla certezza di tali articoli.

Esiste una vera coerenza tra la certezza degli articoli di fede e la certezza delle conclusioni teologiche. Tuttavia, sussiste comunque una differenza tra questi due tipi di certezza. La certezza degli articoli di fede è una certezza immediata. Al contrario, la certezza delle conclusioni teologiche è una certezza mediata o scientifica che ha origine dalla capacità dell’intelletto umano di cogliere il nesso tra due verità e di ricavarne una nuova verità. Pertanto, sebbene la certezza della scienza teologica partecipi alla certezza soprannaturale della fede, si tratta comunque di tipi distinti di certezza. La certezza della scienza teologica dipende dal processo discorsivo del teologo e si fonda quindi sulla ragione umana e non solo sulla luce della fede. La certezza delle conclusioni teologiche deriva quindi dalla luce della ragione umana.

Questa distinzione tra la certezza della fede e la certezza della scienza teologica non significa che le conclusioni della scienza teologica siano invalide o false. Piuttosto, questa distinzione di certezza mantiene proprio la distinzione tra la luce della fede e la luce della ragione. Ciascuna luce possiede il proprio tipo di certezza.

La teologia sacra come saggezza

La teologia sacra è veramente scientifica nella misura in cui l’intelligenza umana può effettivamente perseguire una comprensione approfondita della verità rivelata da Dio. La rivelazione divina non è materia di opinione o di congettura. Poiché la rivelazione divina ha origine dalla scienza stessa di Dio (in latino, la scientia Dei), essa è verità della massima certezza e intelligibilità. Inoltre, la teologia sacra trova conferma nel fatto che i santi in cielo vedono effettivamente Dio così com’è in sé stesso e partecipano alla scienza divina di Dio. La contingenza umana non costituisce un impedimento assoluto alla contemplazione divina. Sebbene i santi in cielo esistano in uno stato glorificato, essi rimangono autenticamente umani — con tutti i limiti e le restrizioni essenziali della natura umana. Pertanto, i santi sono la prova vivente che le persone umane possono partecipare alla conoscenza di Dio. La teologia sacra, in quanto scienza, è la risposta umana di coloro che qui sulla terra contemplano i misteri divini «nell'attesa della beata visione di Dio — consumazione della fede» (CCC n. 1274). I santi in cielo sono quindi la dimostrazione vivente che la teologia sacra non è uno sforzo vano.

Per evitare tuttavia di concludere che la teologia sacra sia caratterizzata esclusivamente dai limiti della natura umana di creatura, è importante ricordare che i santi testimoniano anche un’altra dimensione della teologia sacra: la saggezza (in latino, sapientia). Proprio come la scienza sottolinea il fatto che la razionalità creata possa sondare le profondità della verità divina attraverso la deduzione, così la saggezza sottolinea il fatto che Dio abbia invitato le creature razionali a partecipare al più alto dei misteri divini.

La rivelazione divina riflette la sapienza di Dio. «Piacque a Dio nella sua bontà e sapienza rivelare se stesso e far conoscere il mistero della sua volontà, mediante il quale gli uomini, per mezzo di Cristo, Verbo fatto carne, nello Spirito Santo hanno accesso al Padre e sono così resi partecipi della divina natura» (CCC n. 51). I santi dimostrano che, grazie alla generosità di Dio, le vette della divinità non sono inaccessibili alle persone umane. «A motivo della sua trascendenza, Dio non può essere visto quale è se non quando egli stesso apre il suo mistero alla contemplazione immediata dell'uomo e gliene dona la capacità. Questa contemplazione di Dio nella sua gloria celeste è chiamata dalla Chiesa “la visione beatifica”» (CCC n. 1028).

I santi in cielo contemplano Dio e tutte le cose in relazione a Dio. Essi vedono l’essere di Dio e, di conseguenza, la sua assoluta priorità su tutti gli esseri. Pertanto, l’attività celeste dei santi indica ai credenti cristiani che la sublimità di Dio è il punto di partenza ultimo di ogni contemplazione. Certo, i santi nella gloria conoscono le vette della divinità con un’intimità che supera di gran lunga persino quella dei cristiani più devoti. Tuttavia, la contemplazione intima e immediata dei santi manifesta il modo in cui tutti gli amici di Dio dovrebbero vivere e contemplare: in riferimento alle cose più elevate e, ultimamente, a Dio, l’essere assolutamente supremo.

La teologia sacra è plasmata dalle vette della saggezza. Poiché la scienza teologica riceve i propri principi primi da Dio, essa è radicalmente impegnata nei confronti della sublimità e della priorità dei propri principi primi. Susseguentemente, la teologia sacra non è solo orientata verso conclusioni tratte dai principi primi della fede. Piuttosto, la teologia sacra è supremamente articolata attorno alla sublime priorità dei propri principi primi proprio in quanto principi. Poiché l’opera della teologia sacra implica sempre un apprezzamento sempre più profondo dei propri principi primi divinamente rivelati, la teologia sacra è, radicalmente, una saggezza.

La teologia sacra cerca quindi di penetrare nella formalità e nel significato dei propri principi primi. Questo compito di approfondimento implica l’ordinamento dei chiarimenti relativi agli articoli di fede presenti nella Scrittura, nella Tradizione e nell’insegnamento del Magistero. L’ordine saggio che la teologia sacra ricerca in questo contesto scaturisce dal suo compito di raggiungere una maggiore precisione contemplativa su ciò che è stato divinamente rivelato.

Il compito della saggezza risiede anche nel riconoscimento dell’analogia della fede. «Per “analogia della fede” intendiamo la coesione delle verità della fede tra loro e nella totalità del progetto della Rivelazione» (CCC n. 114). L’Incarnazione del Verbo Eterno e la Presenza Reale di Gesù nell’Eucaristia sono entrambi misteri di fede. Sono entrambi articoli di fede divinamente rivelati. In quanto scienza, la teologia sacra può individuare una miriade di verità virtualmente contenute in questi sacri misteri. In quanto saggezza, tuttavia, la teologia sacra individua anche la profonda risonanza tra questi sacri misteri. Infatti, dal punto di vista sapienziale, la teologia sacra riconosce che una maggiore chiarezza su un mistero di fede chiarisce un altro mistero. Ad esempio, una maggiore comprensione dell’Incarnazione porta a una comprensione più profonda del Santissimo Sacramento (e viceversa).

In ultima analisi, Dio è il mistero supremo della fede. Pertanto, la massima espressione della saggezza consiste nel contemplare (“risolvere”) tutti i principi in riferimento a Dio. La centralità sapienziale di Dio è la verità consumata di tutta la realtà. «La verità di Dio è la sua sapienza che regge tutto l'ordine della creazione e del governo del mondo. Dio che, da solo, ha creato il cielo e la terra, può donare, egli solo, la vera conoscenza di ogni cosa creata nella sua relazione con lui» (CCC n. 216). Poiché il Dio della sapienza ha rivelato la sua sapienza alle sue creature, queste ultime possono partecipare alla sua sapienza considerando a loro volta tutte le cose in relazione a Dio.

«Per il fatto che Dio crea con sapienza, la creazione ha un ordine» (CCC n. 299). Anzi, la sua creazione è ordinata a Lui. Pertanto, le meraviglie di Dio e dell’universo da Lui creato ci spingono «a ringraziarlo per tutte le sue opere e per l'intelligenza e la sapienza di cui fa dono agli studiosi e ai ricercatori. Con Salomone costoro possono dire: “Egli mi ha concesso la conoscenza infallibile delle cose, per comprendere la struttura del mondo e la forza degli elementi [...]; perché mi ha istruito la Sapienza, artefice di tutte le cose”» (CCC n. 283).

La teologia sacra ha origine dalla saggezza di Dio e, in quanto saggezza, non perde mai di vista gli articoli di fede. Nella saggezza Dio ha creato. Nella saggezza Dio rivela. E proprio grazie alla saggezza, la teologia sacra non cessa mai di contemplare tutto ciò che Dio ha creato in riferimento alla rivelazione divina.

Il significato della natura scientifica e sapienziale della teologia sacra

Perché è importante la natura scientifica e sapienziale della teologia sacra? Ha davvero importanza che la teologia sacra sia una scienza e una sapienza? La risposta è un «sì» profondo.

Ricordiamo che è nella natura della teologia scientifica partire dai principi per giungere alle conclusioni. Ricordiamo inoltre che appartiene all’essenza della sapienza esprimere un giudizio sulle cose in relazione ai principi più elevati, e persino un giudizio sugli altri principi. In parole semplici, la scienza è orientata alle conclusioni e la sapienza è configurata attorno ai principi. Sia la scienza che la sapienza presuppongono e entrano nella dinamica della conoscenza umana. Siccome la conoscenza umana riguarda la conformità della cognizione umana agli oggetti conosciuti, sia la scienza che la sapienza sono plasmate dalla natura della cognizione umana e della realtà conosciuta.

La conoscenza umana presuppone e dipende dall’intelligibilità della realtà. L’ordine plasma e informa le cose reali. Di conseguenza, le cose reali sono conoscibili. Se la realtà fosse incomprensibile, né la scienza né la saggezza sarebbero possibili. Sia la scienza che la saggezza progrediscono attraverso l’intelligibilità per comprendere le implicazioni che derivano dalla forma delle cose, nonché la correlazione che scaturisce da tali forme. Di conseguenza, se la realtà non procede dalla conoscenza di Dio, non vi è né scienza né saggezza.

La «scienza di Dio e dei beati» (in latino, scientia Dei et beatorum) costituisce il fondamento della teologia sacra qui sulla terra. La teologia sacra è diversa dalla conoscenza di Dio di cui godono i beati in cielo, poiché la conoscenza di Dio che noi possediamo sulla terra non è immediata. Dio conosce se stesso immediatamente. I santi vedono Dio «faccia a faccia» (1 Cor 13:12). A differenza della conoscenza beatifica dei santi, la nostra conoscenza di Dio segue il processo attraverso il quale l’intelletto umano in questa vita progredisce e avanza. La contemplazione terrena di Dio non è immediata, ma procede piuttosto attraverso passaggi discorsivi.

La scienza e la saggezza mettono in luce il vero potenziale della natura umana. La natura umana è capace di essere santificata, e la cognizione umana è capace di essere elevata all’ordine soprannaturale. La conoscenza umana può conoscere veramente un oggetto rivelato che supera i limiti intrinseci della natura umana. Tuttavia, la cognizione umana rimane comunque umana anche dopo essere stata così elevata. Questo punto è di fondamentale importanza. Se l’intelligenza umana non potesse essere elevata all’ordine della grazia, non saremmo in grado di orientare tutta la nostra vita, tutte le nostre azioni e, di fatto, l’intero nostro essere verso Dio come nostro fine soprannaturale. Ciò avviene perché le azioni umane più profonde e autentiche derivano dalla conoscenza. Proprio come la grazia guarisce, perfeziona, eleva e trasforma la natura umana, così la rivelazione divina guarisce, perfeziona, eleva e trasforma l’intelletto umano.

Una delle caratteristiche uniche della cognizione umana è la sua capacità di considerare e riflettere sui propri processi. Questa è una delle grandi dignità dell’intelligenza umana. Pertanto, l’intelletto umano — un a volta sanato, perfezionato, elevato e trasformato — è in grado di riconoscere se stesso come sanato, perfezionato, elevato e trasformato. Poiché può considerare i propri processi, la cognizione umana è in grado di riconoscere come funziona l’intelletto umano — sia alla luce della ragione che alla luce della fede. Di conseguenza, la cognizione umana può riconoscere se stessa sia nell’ ordine naturale che in quello soprannaturale. Così come l’intelletto umano viene perfezionato e realizzato attraverso la conoscenza della realtà naturale, allo stesso modo viene super-perfezionato e soprannaturalmente realizzato attraverso la conoscenza dei misteri divini. La teologia sacra, in quanto scienza e saggezza, apprezza formalmente le dinamiche della conoscenza umana in relazione agli oggetti conosciuti, siano essi naturali o soprannaturali.

Questa dinamica tra realtà divina e comprensione umana è al centro della teologia sacra. Come abbiamo visto, la teologia sacra non riguarda una realtà divina separata dalla comprensione umana. Né, d’altra parte, è una scienza della cognizione umana separata dai misteri sacri. La natura della realtà divina e quella della cognizione umana determinano entrambe la natura e la pratica della teologia sacra, rendendola veramente una scienza e una saggezza.

Scienza e saggezza descrivono come la fede elevi la ragione e come la grazia elevi la natura, infatti, come gli oggetti divini trasformino la comprensione umana. La capacità della cognizione umana di riflettere su se stessa — anche quando è illuminata dalla grazia — ci permette di riconoscere che la cognizione umana rimane ciò che è anche quando elevata all’ordine soprannaturale. La teologia sacra, in quanto scienza e come saggezza segna e funge quindi da testimonianza della santificazione dell’intelligenza umana.

La natura scientifica e sapienziale della teologia sacra è qualcosa di simile a una consolazione disciplinare. La scienza e la sapienza teologiche rendono evidente che esiste una consonanza tra l’umano e il divino — tra l’ordine naturale dell’essere e l’ordine soprannaturale dell’essere. La rivelazione divina non annulla né vanifica la cognizione umana. La scienza e la sapienza confermano che l’umano è veramente in grado di elevarsi al divino.

Il riconoscimento della scienza teologica e della saggezza teologica indica inoltre come questo progetto — l’obiettivo della fede che cerca la comprensione — possa essere ulteriormente portato avanti. In altre parole, un apprezzamento della scienza e della saggezza preserva la teologia sacra dall’oblio del proprio obiettivo disciplinare (Dio) e della propria luce guida (la fede).

Insintesi,lanaturascientificaesapienzialedellateologiasacracostituiscesiaunaconsolazionecheuna confermadelpotererisanatoreetrasformativodellarivelazionedivina.Lanaturascientificadellateologia mostra come la teologia sacra proceda in modo eminentemente umano, secondo una formalità oggettivamentedivina,senzamairinunciarealproprioorientamentoversolaverità.Lanaturasapienziale della teologia guida la disciplina sacra in riferimento ai suoi principi più elevati (e persino in riferimento ai principi primi di altre discipline).

IV. Aspetti specifici della teologia sacra

Poiché la teologia sacra è definita come «fede alla ricerca della comprensione», sia la natura della fede sia la struttura della comprensione influenzano la contemplazione teologica. Come osservato in precedenza, la teologia sacra si colloca a cavallo tra la semplicità di Dio e l’unità della rivelazione divina, da un lato, e la complessità della cognizione umana, dall’altro. Questa duplice dimensione di semplicità e complessità contribuisce a spiegare perché esistano diversi tipi di teologia cattolica. Diverse «scuole» di pensiero cristiano costellano la storia della teologia. Esiste un’unica fede cristiana, eppure possono esserci diverse teologie cristiane.

Sebbene queste diverse teologie presentino divergenze dottrinali degne di nota e significative, esse condividono un’unità fondamentale. Tutte le espressioni autentiche della teologia cristiana hanno in comune la fede. Tutte accolgono e aderiscono alla rivelazione divina. Nessun teologo cattolico né alcuna scuola teologica nega alcuno degli articoli di fede. Anzi, tutti riconoscono che la rivelazione divina è il punto di partenza necessario per la loro riflessione teologica.

L’accettazione della rivelazione divina è assolutamente necessaria per la teologia cattolica. Senza questa adesione formale alla rivelazione divina, la teologia cattolica non sarebbe più «cattolica». Le teologie cattoliche sono specificamente cattoliche proprio in virtù del loro fedele impegno nei confronti della rivelazione divina, che include come condizione necessaria la sua proposta da parte della Chiesa.

Pertanto, le divergenze che contraddistinguono le diverse scuole o espressioni della teologia cattolica non risiedono nell’ordine della fede. Piuttosto, tali differenze emergono dall’ordine della ragione e della comprensione. Tutti i teologi cattolici cercano sinceramente di comprendere la fede. Ma non tutti i teologi cattolici comprendono la fede allo stesso modo. Esistono diverse interpretazioni e conclusioni su ciò che Dio ha divinamente rivelato.

A cosa sono dovute queste differenze di comprensione? In ultima analisi, sono le diverse convinzioni filosofiche a determinare le divergenze tra i teologi cattolici e tra le loro rispettive scuole teologiche. Tali convinzioni filosofiche sono presupposti sull’essere e sulla realtà che i teologi inevitabilmente apportano al proprio lavoro. Il modo in cui si concepisce l’essere — uno dei grandi temi filosofici — determinerà necessariamente il modo in cui si comprende la rivelazione divina. Perché? La rivelazione divina è ricca di affermazioni sull’essere divino e divinizzato. In altre parole, il modo in cui si concepisce l’essere naturale influenzerà necessariamente il modo in cui si comprende l’essere divino. Inoltre, il modo in cui si concepisce la natura umana influenzerà il modo in cui si comprende la natura umana trasformata dalla grazia. «È impossibile portare a termine il progetto della teologia sistematica senza un impegno esplicito verso particolari opzioni filosofiche» (Dulles, Craft of Theology, 119).

Poichélateologiaèfedechecercacomprensione,ilcontenutodellacomprensionefilosoficaplasmerà la comprensione teologica della fede. Come osserva Joseph Ratzinger: «la speculazione teologica è legata all’indagine filosofica in quanto sua metodologia di base». Infatti, «se la teologia ha a che fare principalmente con Dio, se il suo tema ultimo e proprio non è la storia della salvezza, né la Chiesa, né la comunità, ma semplicemente Dio, allora deve pensare in termini filosofici» (Ratzinger, Principles of Catholic Theology, 316). Ratzinger prosegue:

D’altra parte, non si può negare che la filosofia preceda la teologia e, anche dopo che la rivelazione ha avuto luogo, non viene mai assorbita dalla teologia, ma continua a essere un percorso indipendente dello spirito umano, in modo tale, tuttavia, che la speculazione filosofica possa entrare nella speculazione teologica senza per questo essere distrutta in quanto filosofia. (Ratzinger, Principi di teologia cattolica, 316)

I presupposti filosofici sono direttamente rilevanti per le conclusioni teologiche sulla rivelazione divina, anche se tali presupposti rimangono propriamente filosofici e, in quanto tali, presupposti. La teologia e la filosofia sono due discipline distinte. La teologia è determinata da primi principi soprannaturali, mentre la filosofia è determinata da primi principi naturali.

Naturalmente,« La Chiesa non propone una propria filosofia né canonizza una qualsiasi filosofia particolare a scapito di altre» (Giovanni Paolo II, Fides et ratio, n. 49). La Chiesa non prescrive né proscrive alcuna filosofia specifica in quanto tale. La filosofia nasce dallanaturaleinclinazioneumanaaconoscerelaveritàsullarealtàallalucedellaragionenaturale.AllaChiesaèstatoaffidatoildepositodellafede.Essanonesercitaalcunagovernanzasulragionamento naturale dei filosofi, proprio in quanto filosofi. Tuttavia, la Chiesa riconosce che «lo studio della filosofia riveste un carattere fondamentale e ineliminabile nella struttura degli studi teologici»(GiovanniPaolo II, Fides et ratio, n. 62). Pertanto, Giovanni Paolo II spiega:

Al Magistero spetta di indicare, anzitutto, quali presupposti e conclusioni filosofiche sarebbero incompatibili con la verità rivelata, formulando con ciò stesso le esigenze che si impongono alla filosofia dal punto di vista della fede. Nello sviluppo del sapere filosofico, inoltre, sono sorte diverse scuole di pensiero. Anche questo pluralismo pone il Magistero di fronte alla responsabilità di esprimere il suo giudizio circa la compatibilità o meno delle concezioni di fondo, a cui queste scuole si attengono, con le esigenze proprie della Parola di Dio e della riflessione teologica. (Giovanni Paolo II, Fides et ratio, n. 50)

Sebbene non spetti alla Chiesa esercitare un controllo diretto sulla speculazione filosofica, essa riconosce tuttavia quando specifici principi filosofici e particolari conclusioni sono in contrasto con la rivelazione divina. Il ruolo della Chiesa come custode della rivelazione divina le consente di esprimere giudizi in materia di filosofia.

Ad esempio, la Chiesa non stabilisce se i teologi debbano mantenere la distinzione reale tra principi filosofici quali essenza ed esistenza o potenza e atto. I teologi possono aderire a diverse concezioni dell’essere reale. Tuttavia, la Chiesa riconosce che qualsiasi sistema filosofico che neghi formalmente l’esistenza dell’essere o della verità è fondamentalmente inconciliabile con la fede cristiana. Di conseguenza, essa può legittimamente opporsi a principi filosofici dal punto di vista della rivelazione divina — la luce della fede. Alcune posizioni filosofiche non possono essere reconciliate con le verità della fede. Pertanto, «ai fini della riflessione teologica, non tutti i sistemi filosofici sono ugualmente validi» (Dulles, Craft of Theology, 132).

In sintesi, la Chiesa non risolve direttamente questioni propriamente filosofiche né prende decisioni su questioni formalmente filosofiche. Tuttavia, può affrontare questioni filosofiche in modo indiretto, nella misura in cui tali questioni siano rilevanti per le questioni di fede. In virtù della propria giurisdizione in materia di fede, la Chiesa si interessa quindi all’ambito della ragione. Ad esempio, la natura dell’anima razionale rientra nell’ambito dell’indagine filosofica. Di conseguenza, la Chiesa non impone ai cristiani di aderire a una specifica concezione filosofica dell’anima (ad esempio, una concezione aristotelica o platonica dell’anima). Tuttavia, se una filosofia sostenesse che l’anima non è immortale, tale posizione filosofica sarebbe chiaramente falsa in quanto inconciliabile con la fede.

La Chiesa, quindi, non discrimina le diverse filosofie proprio in quanto filosofie. La sua preoccupazione riguarda esclusivamente la compatibilità delle diverse scuole filosofiche «con le esigenze proprie della Parola di Dio e della riflessione teologica» (Giovanni Paolo II, Fides et ratio, n. 50). Questo tipo molto specifico di preoccupazione ecclesiale, tuttavia, non significa che tutte le filosofie siano ugualmente corrette o che non esista una verità filosofica. Le affermazioni filosofiche tra loro contraddittorie non possono essere entrambe vere (ad esempio, la forma e la materia sono o realmente distinte oppure non lo sono). È possibile conoscere alcune verità alla luce della ragione naturale. E proprio perché ogni verità è, in ultima analisi, verità di Dio, la Chiesa ha sempre incoraggiato i filosofi nella loro continua ricerca della verità conoscibile naturalmente.

Sono stati numerosi i teologi cattolici influenti provenienti da diverse correnti filosofiche (ad esempio, Agostino, Massimo, Bonaventura, Scoto, Molina, Suárez). La Chiesa ha da sempre riconosciuto Tommaso d’Aquino come il capostipite di una tradizione intellettuale di efficacia unica (cfr. Leone XIII, Aeterni Patris). Infatti, anche nel ventesimo secolo, i teologi hanno osservato che il Concilio Vaticano II «raccomandava che la teologia si fondasse sull’eredità filosofica perennemente valida che ci è stata tramandata da Tommaso d’Aquino». Ovviamente, «ciò non significa un’adesione rigida o servile alla scolastica, ma implica una serena fiducia nel fatto che i principi fondamentali utilizzati per il ragionamento teologico nel corso dei secoli non abbiano perso la loro validità» (Dulles, Craft of Theology, 127).

Naturalmente, il tomismo non è l’unica tradizione intellettuale valida. Anche in questo caso, le tradizioni intellettuali che derivano da Agostino, Scoto e Molina — per citarne solo alcune — sono state formidabili e significative nella storia della Chiesa. Comunque, «per questo motivo che, giustamente, san Tommaso è sempre stato proposto dalla Chiesa come maestro di pensiero e modello del retto modo di fare teologia» (Giovanni Paolo II, Fides et ratio, n. 43).

Sottodiscipline teologiche

«Le teologie valide possono prendere le mosse da diverse prospettive filosofiche, ma devono alla fine convergere verso un’articolazione armoniosa del significato della rivelazione» (Dulles, Craft of Theology, 132). Le teologie cattoliche possono divergere nelle posizioni dottrinali, ma condividono tutte la stessa formalità e lo stesso orientamento fondamentali: articolare il significato della rivelazione divina. Questo obiettivo unifica la pratica della teologia sacra.

All’interno di questo obiettivo unificato, possono esistere diverse specializzazioni teologiche. Queste specializzazioni vengono spesso definite diversi «tipi» di teologia cattolica. Tali differenze, tuttavia, sono di natura accidentale piuttosto che sostanziale. Si tratta di differenze di enfasi (o, forse, di metodo) piuttosto che di differenze nella forma disciplinare. Le sottodiscipline teologiche rientrano tutte nei principi unificanti di questa scienza e saggezza sacra.

Il Catechismo della Chiesa Cattolica spiega che «La fede cristiana tuttavia non è una “religione del Libro”. Il cristianesimo è la religione della “Parola” di Dio: di una Parola cioè che non è “una parola scritta e muta, ma il Verbo incarnato e vivente”» (CCC n. 108). Pertanto, la teologia cattolica non è esclusivamente esegesi biblica. La Sacra Scrittura è una fonte privilegiata di rivelazione divina, ma non è il canale esclusivo del santo insegnamento di Dio. «In quanto luoghi autorevoli, la Scrittura e la Tradizione costituiscono insieme una norma creata mediante la quale la Chiesa discerne ciò che Dio ha rivelato. In ultima analisi, naturalmente, solo Dio è il motivo intrinseco o l’oggetto formale della fede. La Scrittura e la Tradizione sono il canale attraverso il quale si manifesta l’autorità di Dio» (Dulles, Assurance of Things, 189). La Scrittura e la Tradizione sono inseparabili. «“La Sacra Scrittura è la parola di Dio in quanto è messa per iscritto sotto l'ispirazione dello Spirito divino”». «“La sacra Tradizione poi trasmette integralmente la parola di Dio, affidata da Cristo Signore e dallo Spirito Santo agli Apostoli”» (CCC n. 81). Il Catechismo prosegue: «Accade così che la Chiesa, alla quale è affidata la trasmissione e l'interpretazione della Rivelazione, “attinga la sua certezza su tutte le cose rivelate non dalla sola Sacra Scrittura. Perciò l'una e l'altra devono essere accettate e venerate con pari sentimento di pietà e di rispetto”» (CCC n. 82).

Seguendo l’esempio della Chiesa, la teologia cattolica si fonda sia sulla Scrittura che sulla Tradizione, poiché il deposito della fede è contenuto in entrambe (CCC n. 84). Il Concilio Vaticano II spiega in che modo la Scrittura e la Tradizione guidano l’opera della teologia sacra:

La sacra teologia si basa come su un fondamento perenne sulla parola di Dio scritta, inseparabile dalla sacra Tradizione; in essa vigorosamente si consolida e si ringiovanisce sempre, scrutando alla luce della fede ogni verità racchiusa nel mistero di Cristo. Le sacre Scritture contengono la parola di Dio e, perché ispirate, sono veramente parola di Dio, sia dunque lo studio delle sacre pagine come l'anima della sacra teologia. (Dei Verbum, n. 24)

Nel corso della storia, quindi, i teologi hanno dedicato particolare attenzione allo studio della pagina sacra e alle fonti teologiche della tradizione della Chiesa. «Si tratta di “teologia positiva”, nel senso che cerca di individuare quelle verità “postulate” nella rivelazione e formulate dalla Chiesa. Si tratta di una teologia intesa come raccolta di prove per determinare ciò che è stato realmente rivelato» (Mansini, Teologia fondamentale, 262). Pertanto, la teologia positiva riguarda lo studio della Bibbia, dei dogmi della Chiesa e dei Padri della Chiesa. L’esegesi biblica, la storia del dogma e la patristica rientrano nell’ambito della teologia positiva.

Rilevanti per la teologia positiva sono i dieci “luoghi” teologici o fonti autorevoli (loci theologici) identificati da Melchior Cano (1509–1560): (1) l’autorità della Sacra Scrittura, (2) l’autorità delle tradizioni di Cristo e degli Apostoli, (3) l’autorità della Chiesa, (4) l’autorità dei Concili, (5) l’autorità della Chiesa di Roma, (6) l’autorità dei Padri della Chiesa, (7) l’autorità dei teologi scolastici, (8) la ragione naturale, (9) l’autorità dei filosofi e (10) l’autorità della storia umana. «Queste sono le forze che il teologo può utilizzare per formulare conclusioni considerate perfettamente certe alla luce della rivelazione virtuale o mediata» (Fenton, What is Sacred Theology?, 91-92). Poiché la scienza teologica si affida in modo unico all’autorità per la propria argomentazione e analisi, ciascuno di questi dieci loci viene classificato in diversi gradi e tipi di autorità che plasmano il discorso teologico. Inoltre, la teologia positiva cerca di identificare in modo sistematico i criteri in base ai quali i dati appartenenti a ciascuna di queste particolari fonti possano essere stabiliti e interpretati.

«La teologia fondamentale [...] ha il compito» di «giustificare ed esplicitare la relazione tra la fede e la riflessione filosofica» (Giovanni Paolo II, Fides et ratio, n. 67). Come la teologia positiva, la teologia fondamentale si occupa della rivelazione divina. La differenza tra le due discipline consiste nel fatto che la teologia positiva considera la rivelazione divina nelle sue espressioni materiali, mentre la teologia fondamentale la considera nei suoi elementi formali. Studiando «la Rivelazione e la sua credibilità insieme con il corrispondente atto di fede», la teologia fondamentale si sforza di «mostrare come, alla luce della conoscenza per fede, emergano alcune verità che la ragione già coglie nel suo autonomo cammino di ricerca» (Giovanni Paolo II, Fides et ratio, n. 67).

La teologia dogmatica si occupa di «articolare il senso universale del mistero del Dio Uno e Trino e dell'economia della salvezza sia in maniera narrativa sia, soprattutto, in forma argomentativa» (Giovanni Paolo II, Fides et ratio, n. 66). La teologia dogmatica (talvolta denominata teologia «sistematica») persegue l’ordine e l’interconnessione tra le verità rivelate. Le «parti integranti» della teologia dogmatica comprendono argomenti quali la Trinità, la Persona di Gesù Cristo, i sacramenti e le questioni relative all’antropologia teologica (Mansini, Teologia fondamentale, 262).

La teologia morale è una scienza che esamina il cammino dell’uomo verso Dio. È «una riflessione che riguarda la “moralità”, ossia il bene e il male degli atti umani e della persona che li compie.... ma è anche “teologia”, in quanto riconosce il principio e il fine dell'agire morale in Colui che “solo è buono” e che, donandosi all'uomo in Cristo, gli offre la beatitudine della vita divina» (Veritatis splendor, n. 29). Tra gli argomenti trattati nell’ambito della teologia morale figurano la beatitudine soprannaturale, l’azione umana, la virtù, il vizio, il peccato, la legge e la grazia.

Si possono inoltre collocare la teologia ascetica e quella mistica nell’ambito della teologia morale. La teologia ascetica riguarda in particolare la pratica delle virtù e la rinuncia ai vizi e alle imperfezioni. La teologia mistica tratta generalmente della contemplazione infusa (piuttosto che acquisita) dei misteri della fede e delle grazie straordinarie (ad esempio, visioni e rivelazioni private). Come la teologia morale, anche la teologia ascetica e quella mistica tengono conto dei principi universali della vita cristiana (ad esempio, la grazia, la virtù infusa, i doni dello Spirito Santo). Tuttavia, la teologia ascetica e mistica tengono conto anche del fatto che lo Spirito Santo può comunicare grazie straordinarie a certe anime che non si conformano all’esperienza cristiana ordinaria (si vedano le vite e gli scritti di Santa Caterina da Siena, Santa Teresa d’Avila e San Giovanni della Croce).

Inoltre, Giovanni Paolo II spiega che la teologia pastorale (o «teologia pratica») è una «vera e propria disciplina teologica». Nello specifico, «è una riflessione scientifica sulla Chiesa nel suo edificarsi quotidiano, con la forza dello Spirito, dentro la storia; sulla Chiesa, quindi, come “sacramento universale di salvezza”, come segno e strumento vivo della salvezza di Gesù Cristo nella Parola, nei Sacramenti e nel servizio della Carità» (Giovanni Paolo II, Pastores dabo vobis, n. 62). Giovanni Paolo II sottolinea il fatto che « La pastorale non è soltanto un’arte né un complesso di esortazioni, di esperienze, di metodi». In quanto autentica scienza teologica, «riceve dalla fede i principii e i criteri dell'azione pastorale della Chiesa nella storia». Di conseguenza, «lo studio della teologia pastorale deve illuminare l'applicazione operativa» (Giovanni Paolo II, Pastores dabo vobis, n. 57). Le implicazioni della rivelazione divina, per la Chiesa e per la vita cristiana, sono al centro della teologia pastorale.

V. Le implicazioni della teologia sacra

Dio parla dalla sua unità essenziale del proprio essere unificato. Dio non può contraddire se stesso. La rivelazione divina riflette l’unità divina. Ciò che è rivelato da Dio è essenzialmente coerente. Di conseguenza, le dottrine approfondite nella teologia sacra godono di una coerenza reciproca. Espresso concretamente, nessun articolo di fede può essere negato senza offendere la rivelazione divina nel suo insieme.

La contemplazione teologica riconosce e rispetta l’integrità della rivelazione divina. Ad esempio, chi è Dio in sé stesso ha profonde implicazioni per l’Incarnazione — il Verbo Eterno fatto carne. E l’Incarnazione influenza direttamente la pratica sacramentale della Chiesa cattolica. Inoltre, la vita sacramentale della Chiesa orienta la vita morale della persona umana. E la vita morale è, ultimamente, ordinata alla salvezza — all’unione con Dio. Il modo in cui si comprende una dottrina cristiana ha profonde implicazioni sul modo in cui si comprendono altre dottrine cristiane.

La teologia sacra, in quanto scienza e saggezza, non è scollegata dalla vita reale. Come osservato in precedenza, il paragrafo iniziale del Catechismo della Chiesa Cattolica mette magnificamente in luce la profonda integrazione tra la dottrina cristiana e la vita cristiana. Più avanti, il Catechismo sottolinea esplicitamente l’importanza dei teologi nell’insegnamento pratico della Chiesa: «Nell'opera di insegnamento e di applicazione della morale cristiana, la Chiesa ha bisogno della dedizione dei Pastori, della scienza dei teologi, del contributo di tutti i cristiani e degli uomini di buona volontà» (CCC n. 2038).

La vita cristiana non è un’attività isolata. Tutti sono invitati a diventare discepoli di Cristo e a seguire le orme del Salvatore. Tuttavia, nessuno può essere discepolo del Signore senza l’aiuto soprannaturale e senza un saggio consiglio spirituale. La teologia sacra consente ai credenti di comprendere in che modo la Chiesa fornisca entrambi.

Implicazioni sacramentali

«I sette sacramenti sono i segni e gli strumenti mediante i quali lo Spirito Santo diffonde la grazia di Cristo, che è il Capo, nella Chiesa, che è il suo corpo» (CCC n. 774). Più che semplici simboli di fede, i sacramenti santificano veramente la persona umana. Essi determinano un cambiamento reale in coloro che li ricevono. Attraverso la celebrazione dei sacramenti, le persone incontrano realmente Dio, e Dio trasforma realmente le persone (Feingold, Touched by Christ; O’Neill, Meeting Christ). Poiché l’oggetto della teologia è Dio e tutte le cose in relazione a Dio, i sacramenti occupano un posto centrale in questa scienza sacra (cfr. Cessario, Seven Sacraments, 7-15).

«Degnamente celebrati nella fede, i sacramenti conferiscono la grazia che significano. Sono efficaci perché in essi agisce Cristo stesso» (CCC n. 1127, enfasi nell’originale). L’effetto principale dei sacramenti è la grazia (Nutt, General Principles, 139–150), e sia la grazia che i sacramenti presuppongono un destinatario umano. La grazia non aleggia nell’atmosfera aeviterna. La grazia è sempre ordinata a un destinatario umano. Allo stesso modo, i sacramenti sono stati istituiti e vengono celebrati per la salvezza delle anime. Pertanto, la grazia e i sacramenti ruotano attorno alla natura della persona umana e alla natura di Dio. Infatti, la grazia consente alla persona umana di esistere e di vivere in modo proporzionato alla divinità. Attraverso la grazia, le persone umane partecipano realmente alla vita divina. « La grazia è una partecipazione alla vita di Dio; ci introduce nell'intimità della vita trinitaria» (CCC n. 1997, enfasi nell’originale).

Un approccio solido e fedele alla teologia sacra influenzerà il modo in cui si comprende il ruolo di Dio nella formazione del credente cristiano. Le concezioni teologiche errate su Dio, sulla persona umana e sulla persona umana in relazione a Dio porteranno a una comprensione imprecisa — e a una sottovalutazione — dei sacramenti. Solo una teologia solida può spiegare perché i sacramenti siano necessari per la salvezza umana. Inoltre, solo una teologia solida consentirà ai cristiani di comprendere come agiscono i sacramenti. Infine, solo una teologia solida può rendere conto di ciò che i sette sacramenti compiono nella persona umana.

Poiché la teologia sacra esplora l’intelligibilità della rivelazione divina, il teologo è in grado di apprezzare la necessità dei sette sacramenti. Gesù Cristo ha istituito i sacramenti per un motivo: la salvezza umana. E la salvezza umana non è altro che la vera unione della persona umana con Dio in comunione beatifica. Pertanto, la teologia sacramentale dipende da quanto è stato rivelato riguardo alla natura di Dio, alla natura umana e a Gesù Cristo, il Verbo incarnato, che ha assunto una natura umana «per noi uomini e per la nostra salvezza». Una comprensione errata di Dio, della natura umana e di Gesù Cristo favorisce concezioni errate sull’origine dei sacramenti. Sotto l’influenza di queste interpretazioni errate dell’economia della salvezza, i sacramenti potrebbero essere erroneamente considerati come istituiti in modo capriccioso. Una corretta comprensione della rivelazione divina, tuttavia, rivelerà quanto i sacramenti siano profondamente adatti alle esigenze salvifiche della persona umana.

Anche i meccanismi dei sacramenti rientrano nell’ambito della teologia sacra. La causalità è un concetto di fondamentale importanza per i sacramenti. Infatti, il fatto stesso che i sacramenti richiedano elementi sensibili e materiali — elementi provenienti dall’ordine creato delle cose, come l’acqua e il vino — invita alla riflessione teologica. Una comprensione della rivelazione divina sui sacramenti consente di apprezzare come elementi naturali e ordinari possano diventare strumenti sacri che causano realmente la grazia nei destinatari degni dei sacramenti. Una comprensione teologica del rapporto tra il creato e Dio — nonché dell’autorità e del potere di Dio su tutto il creato — è indispensabile per comprendere la causalità sacramentale.

Infine, una solida teologia consente di comprendere gli effetti specifici di ciascuno dei sette sacramenti. La natura della grazia e il carattere sacramentale sono argomenti teologici che presentano profonde implicazioni sacramentali. Ad esempio, il fatto che il carattere sacramentale sia un cambiamento permanente nell’anima e il fatto che solo tre dei sacramenti conferiscano un carattere sacramentale (vale a dire il Battesimo, la Cresima e l’Ordine sacro), aiutano i fedeli a comprendere perché alcuni sacramenti possano essere ricevuti una sola volta, mentre altri debbano essere ricevuti più volte. Inoltre, il carattere sacramentale spiega perché esista un ordine tra i sacramenti — ad esempio, non è possibile ricevere il sacramento della Cresima prima di aver ricevuto il sacramento del Battesimo.

La teologia consente quindi ai credenti cristiani di comprendere la necessità e il significato dei sacramenti nella vita cristiana. Un profondo apprezzamento dei sacramenti dipende necessariamente da una solida comprensione teologica.

Implicazioni pastorali e spirituali

La teologia sacra cerca di comprendere come Dio operi all’interno delle capacità innate delle persone umane. Dio non distrugge le nostre potenze naturali. La natura umana rimane veramente umana anche quando elevata all’ordine e all’attività della grazia. Di conseguenza, la teologia cattolica riconosce il fatto che Dio non prevale sulle persone umane né sulle loro capacità innate. «La libera iniziativa di Dio richiede la libera risposta dell'uomo; infatti Dio ha creato l'uomo a propria immagine, dandogli, con la libertà, il potere di conoscerlo e di amarlo». Poiché le contingenze della natura umana rendono l’amore umano intrinsecamente libero, «l'anima può entrare solo liberamente nella comunione dell'amore». Pertanto, «Dio tocca immediatamente e muove direttamente il cuore dell’uomo» (CCC n. 2002).

La persona umana, quindi, partecipa realmente alla realtà della conoscenza e dell’amore di Dio. «L'uomo ha la vocazione di manifestare Dio agendo in conformità con il suo essere creato “ad immagine e somiglianza” di Dio» (CCC n. 2085). E la comprensione teologica riconosce che la vita morale e spirituale non sono riducibili all’osservanza di leggi e costumi arbitrari. «La grazia di Cristo è il dono gratuito che Dio ci fa della sua vita, infusa nella nostra anima dallo Spirito Santo per guarirla dal peccato e santificarla» (CCC n. 1999). La morale cristiana non è oppressiva. È piuttosto un invito trasformativo a conoscere, ad amare e a desiderare in modo conforme alla conoscenza e all’amore di Dio. La grazia divina e la virtù cristiana liberano la persona umana.

Una solida teologia è quindi di valore indispensabile per coloro che offrono consulenza pastorale sul vivere la vita cristiana. È impossibile delineare la realtà liberatrice della vita cristiana o ad attuare un’autentica consulenza pastorale senza un’adeguata comprensione di chi sia Dio e di come Egli perfezioni la persona umana. In altre parole, le implicazioni pratiche derivano da comprensione speculativa.

La comprensione speculativa non è ipotetica né scollegata dalla realtà dei fatti. Si tratta piuttosto di una profonda attenzione alle dinamiche della realtà. La conoscenza della verità per amore della verità è l’essenza della conoscenza speculativa, e la conoscenza speculativa è il fondamento di ogni conoscenza pratica. La conoscenza pratica presuppone la conoscenza speculativa, ma aggiunge una ulteriore dimensione: l’azione. Il fine della conoscenza speculativa è conoscere la verità. Il fine della conoscenza pratica è la verità applicata all’azione.

Pertanto, la conoscenza di Dio e della persona umana è intrinsecamente rilevante per le dinamiche della vita spirituale e del ministero pastorale. Un ministero efficace presuppone necessariamente un’accurata comprensione teologica. Il ministero non può essere separato dalla verità su Dio o sulla personal umana poiché l’unione della persona umana con Dio è proprio l’obiettivo del ministero pastorale. La precisione e la chiarezza teologiche, pertanto, hanno sempre implicazioni pratiche.

Inoltre, la guida pastorale si fonda sulla perfetta immutabilità di Dio. La Sua bontà, la Sua verità, la Sua saggezza e il Suo amore non vengono mai meno. Tuttavia, gli esseri umani sono soggetti al cambiamento. Pertanto, una solida teologia cattolica offre ai pastori della Chiesa una profonda speranza ministeriale. In questa vita, non esiste peccato o disordine che precluda a qualcuno l’amicizia con Dio. Attraverso i sette sacramenti della Chiesa cattolica, Dio stesso ha fornito i mezzi grazie ai quali gli esseri umani possono sperimentare una trasformazione nella Sua misericordia e nel Suo amore. Questa trasformazione non nega il fatto che gli esseri umani possano condurre vite disordinate — vite non orientate all’unione beatifica con Dio. Eppure la verità e la bontà essenziali di Dio sono più reali del disordine e della fragilità umani. Una solida teologia consente ai ministri di ricordare che gli esseri umani possono sempre giungere a conoscere il Dio vero e reale in un modo che salva veramente.

Una comprensione teologica errata o insufficiente ostacola il ministero pastorale. In assenza di una solida teologia, gli sforzi pastorali possono essere concepiti in modo razionalistico o fideistico. Entrambe queste concezioni sono ostili al ministero pastorale olistico perché o negano il ruolo soprannaturale di Dio nella salvezza umana (cioè il razionalismo), oppure minimizzano l’importanza della persona umana come vero destinatario della grazia di Dio (cioè il fideismo).

Una solida teologia consente al pastore di articolare verità profonde a coloro ai quali presta il proprio ministero.Eccoperchélaformazioneinseminarioponel’accentosull’insegnamentoteologico.Nessuno può insegnare la vita cristiana senza comprendere esattamente cosa essa significhi.

VI. I Papi Francesco, Benedetto XVI e Giovanni Paolo II sulla teologia

I tre Papi più recenti hanno tutti parlato, in vari contesti, della natura e dell’importanza della teologia all’interno della Chiesa cattolica. Esiste una continuità fondamentale nelle rispettive presentazioni della teologia cattolica.

San Giovanni Paolo II era un brillante filosofo specializzato nelle dinamiche della persona umana. Benedetto XVI è stato uno dei teologi più significativi del XX secolo e ha contribuito in modo determinante a chiarire e portare avanti il rinnovamento avviato dal Concilio Vaticano II. Il pontificato di Papa Francesco è profondamente caratterizzato dalla sollecitudine pastorale di un pastore profondamente devoto al proprio gregge. Dio ha benedetto la sua Chiesa con esempi vividi di ricerca filosofica, contemplazione teologica e zelo pastorale — tutti al servizio del Popolo di Dio.

La complementarità di questi tre Papi si estende persino ai loro insegnamenti sulla natura della teologia sacra. Infatti, le loro descrizioni della natura e dell’importanza della teologia forniscono un resoconto coerente di questa disciplina sacra, un resoconto che rimane perennemente rilevante per i teologi.

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Papa Francesco sulla teologia e il desiderio di fede

Nella sua enciclica papale del 2013, Lumen fidei, Papa Francesco ha fornito una panoramica del rapporto tra fede e teologia: « Poiché la fede è una luce, ci invita a inoltrarci in essa, a esplorare sempre di più l’orizzonte che illumina, per conoscere meglio ciò che amiamo» (Francesco, Lumen fidei, n. 36). Il desiderio d’amore è al centro della presentazione della teologia sacra. Egli ricorda al mondo che «da questo desiderio nasce la teologia cristiana». Perciò, la teologia della Chiesa cristiana è una disciplina che scaturisce dal profondo desiderio umano di conoscere Dio, l’oggetto del nostro amore.

Dio, la persona umana e l’orientamento della persona umana verso Dio nella fede costituiscono quindi il fondamento della teologia. La teologia è il desiderio propriamente umano di conoscere sempre più pienamente il Dio che amiamo e che per primo ci ha amati e ci ha rivelato il suo amore.

Naturalmente, la manifestazione suprema dell’amore di Dio per l’umanità è Gesù Cristo, il Verbo incarnato. Il nostro Signore incarnato stesso spiega l’esistenza della teologia, nonché il suo sublime compito. «La teologia è impossibile senza la fede e che essa appartiene al movimento stesso della fede, che cerca l’intelligenza più profonda dell’autorivelazione di Dio, culminata nel Mistero di Cristo» (Francesco, Lumen fidei, n. 36). Attraverso l’Incarnazione del Verbo Eterno, Dio ci ha mostrato che «Egli è Soggetto che si fa conoscere e si manifesta nel rapporto da persona a persona». Di conseguenza, «la fede retta orienta la ragione ad aprirsi alla luce che viene da Dio, affinché essa, guidata dall’amore per la verità, possa conoscere Dio in modo più profondo» (Francesco, Lumen fidei, n. 36).

La teologia sacra, quindi, è «una scienza della fede» — «una partecipazione alla conoscenza che Dio ha di sé stesso». Il carattere scientifico della teologia sacra è tutt’altro che insipido o impersonale. La teologia «non è soltanto parola su Dio, ma prima di tutto accoglienza e ricerca di un’intelligenza più profonda di quella parola che Dio ci rivolge, parola che Dio pronuncia su se stesso, perché è un dialogo eterno di comunione, e ammette l’uomo all’interno di questo dialogo» (Francesco, Lumen fidei, n. 36).

Attraverso la suggestiva immagine del «tatto», Papa Francesco sottolinea il carattere essenzialmente umile carattere della teologia sacra. La teologia sacra è una scienza che ha origine da una fonte che va oltre il piano della naturale scoperta umana. Inoltre, è una scienza orientata nientemeno che Dio che si trova al di là della comprensione umana. «Fa parte allora della teologia l’umiltà che si lascia "toccare" da Dio, riconosce i suoi limiti di fronte al Mistero e si spinge ad esplorare, con la disciplina propria della ragione, le insondabili ricchezze di questo Mistero» (Francesco, Lumen fidei, n. 36).

Di conseguenza, la teologia è una scienza ecclesiale. Dio si è rivelato attraverso l’Incarnazione del Verbo Eterno, e Gesù Cristo ha affidato il suo santo insegnamento alla Chiesa cattolica. Pertanto «la teologia poi condivide la forma ecclesiale della fede» (Francesco, Lumen fidei, n. 36). Una teologia sacra senza Chiesa è inconcepibile. La Chiesa cattolica è il terreno sempre fecondo in cui la teologia sacra continua a crescere e a prosperare. E tutti coloro che risiedono all’interno della Chiesa —sia i «semplici fedeli» che il «Magistero del Papa e dei vescovi»— partecipano allo scopo e all’opera della teologia sacra.
Con queste parole, Papa Francesco ribadisce le convinzioni coerenti del suo predecessore, Papa Benedetto XVI (Joseph Ratzinger). Ratzinger è stato uno dei teologi più influenti del XX secolo. E le sue riflessioni sulla natura della teologia sacra rimangono attuali nel contesto contemporaneo.

Ratzinger sulla teologia e sui teologi

Nel 1992, Ratzinger osservò che «la teologia e i teologi sono diventati un argomento di discussione comune e al tempo stesso controverso nella Chiesa, infatti, nella società occidentale in generale» (Ratzinger, Nature and Mission, 7). L’interesse per la teologia e i teologi manifestatosi a metà del XX secolo era un fenomeno difficile da ignorare. Infatti, alcuni decenni prima, uno scrittore aveva osservato che «la teologia, per la gioia di alcuni e per lo sgomento di altri, è “di moda”. Liberata da aule soffocanti e da riviste ancora più soffocanti, non si rivolge più a un’élite, ma a milioni di persone — e milioni la ascoltano» (Granfield, «Introduzione», vii). A quel tempo, i teologi erano figure di spicco della sfera pubblica. Infatti, un osservatore dell’epoca notò che «articoli di teologia compaiono su Look, Atlantic Monthly e The Saturday Evening Post; e i giornali di tutto il mondo riportano per quattro anni gli avvenimenti quotidiani del Concilio Vaticano II.... I libri di teologia sono best sellers» (Granfield, «Introduzione», vii). 

Certo, le cose sono cambiate rispetto al secolo scorso. I teologi di oggi non ricevono abitualmente lo stesso grado di attenzione. Ciononostante, è innegabile che la teologia e i teologi rimangano membri importanti della Chiesa e della società (cfr. Cuddy, «Disappearance of Public Theology»).

Perché la teologia è rilevante per la Chiesa e la società nel mondo contemporaneo? Con la sua caratteristica perspicacia, Ratzinger ha individuato alcuni dei contributi che i teologi sono dovrebbero apportare alla società. «Da un lato, [il teologo] dovrebbe sottoporre le tradizioni del cristianesimo a un esame critico alla luce della ragione, per distillarne il nucleo essenziale che possa essere fatto proprio per l’uso odierno, e in tal modo collocare anche la Chiesa istituzionale entro i propri limiti” (Ratzinger, Nature and Mission of Theology, 7). Questa funzione della teologia è forse quella che più si avvicina alla natura e all’identità del teologo. La teologia è la fede che cerca comprensione ed è, pertanto, una disciplina ecclesiale. E il teologo svolge un ruolo indispensabile nella misura in cui cerca di comprendere, in modo sempre più completo, il vero significato del cristianesimo.

In secondo luogo, Ratzinger ha descritto l’utilità del teologo anche in riferimento al «bisogno umano di religione e di trascendenza, un bisogno che semplicemente rifiuta di essere ignorato, fornendo orientamenti guida e contenuti significativi che possano essere accettati in modo responsabile oggi» (Ratzinger, Natura e missione della teologia, 7). Se il primo compito del teologo è quello del servizio ecclesiale, questo secondo compito può essere descritto come la funzione culturale e umana del teologo. In altre parole, i teologi sono al servizio dell’umanità nella misura in cui indicano l’innegabile orientamento delle persone umane verso cose più elevate. Nessun essere umano si accontenta di rimanere semplicemente terrenano. Ogni persona umana nutre il desiderio di qualcosa che vada oltre le contingenze dell’esistenza umana.

Infine, Ratzinger sottolinea anche una dimensione pastorale dell’opera del teologo: «il teologo dovrebbe essere anche un consolatore delle anime, che aiuti le persone a riconciliarsi con se stesse e a superare le proprie alienazioni» (Ratzinger, Natura e missione della teologia, 7). Questa dimensione trova eco negli istinti più profondi del credente cristiano. La teologia non è una disciplina praticata in isolamento dal mondo reale o dalle persone reali (cfr. Congar, Storia della teologia, 14-15). Poiché la teologia ha origine da Dio ed è orientata a Dio, questa disciplina sacra comporta implicazioni profondamente pratiche. Il rigore e le aspettative della formazione seminaristica riflettono l’importanza della teologia per il lavoro pastorale e la convinzione incrollabile della Chiesa che la teologia sia al servizio della santificazione delle anime.

Giovanni Paolo II sulla teologia e il ministero pastorale

Nella sua esortazione apostolica post-sinodale del 1992 sulla formazione dei sacerdoti, Pastores dabo vobis, Giovanni Paolo II ha sintetizzato il modo in cui la teologia sacra e il ministero pastorale intrattengono un rapporto reciprocamente: «da un lato, uno studio rispettoso della scientificità rigorosa delle singole discipline teologiche contribuirà alla più completa e profonda formazione del pastore d'anime come maestro della fede; dall'altro lato, l'adeguata sensibilità alla destinazione pastorale renderà veramente formativo per i futuri presbiteri lo studio serio e scientifico della teologia» (Giovanni Paolo II, Pastores dabo vobis, n. 55). Non sorprende, quindi, che Giovanni Paolo II abbia ricordato ai professori di teologia la loro «particolare responsabilità educativa» (Giovanni Paolo II, Pastores dabo vobis, n. 67).

La teologia sacra è al centro stesso dell’essenza del ministero pastorale. Non vi è alcuna tensione tra la formazione teologica del sacerdote e il suo impegno pastorale. «Infatti», spiega Giovanni Paolo II, «la pastoralità della teologia non significa una teologia meno dottrinale o addirittura destituita della sua scientificità». Piuttosto, la vitalità pastorale della teologia sacra «abilita i futuri sacerdoti ad annunciare il messaggio evangelico attraverso i modi culturali del loro tempo e a impostare l'azione pastorale secondo un'autentica visione teologica» (Giovanni Paolo II, Pastores dabo vobis, n. 55).

La teologia plasma un ministero pastorale efficace. È una guida insostituibile per coloro che prestano servizio al Popolo di Dio. La teologia sacra rende comprensibili la saggezza e l’amore di Dio, mostrando la logica insita nella fede cristiana. La religione cristiana, ben più di un semplice insieme di leggi, regole o precetti, persegue la felicità salvifica e l’autentica libertà.

Se i ministri della Chiesa sono insufficientemente formati nella verità teologica, i loro sforzi pastorali volti ad aiutare le persone a trovare Dio risultano gravemente ostacolati. Naturalmente, le interpretazioni errate della dottrina cattolica sono tra le espressioni più evidenti di una formazione carente. «“La vera teologia procede dalla fede e mira a condurre alla fede.” Questa è la concezione della teologia che è sempre stata sostenuta dalla Chiesa e, in particolare, dal suo magistero» (Giovanni Paolo II, Pastores dabo vobis, n. 53). La natura ecclesiale della scienza è stata da lui ripetutamente sottolineata (Giovanni Paolo II, Veritatis splendor, n. 109).

Ciononostante, Giovanni Paolo II sottolinea anche l’importanza di una comprensione completa della fede cattolica. Una comprensione parziale della religione cristiana costituisce anch’essa un ostacolo a un efficace ministero pastorale. È quindi di fondamentale importanza che i ministri della Chiesa possiedano una «conoscenza abbastanza ampia della dottrina della fede». Questa conoscenza completa dell’insegnamento della Chiesa non è altro che «una condizione primaria per la teologia». Infatti, «semplicemente non è «non si può sviluppare una “intelligentia fidei”, se non si conosce il la “fides” del suo contenuto» (Giovanni Paolo II, Pastores dabo vobis, n. 57). In altre parole, poiché la fede cattolica è essenzialmente unitaria, il ministero pastorale ne risentirà se il ministro non possiede una comprensione della fede in tutte le sue parti. Non è possibile comprendere la persona e l’opera di Gesù, ad esempio, senza comprendere anche l’insegnamento della Chiesa sulla Trinità e sui sacramenti, ecc.

Tutti questi temi convergono nella preoccupazione di Giovanni Paolo II per la formazione dei pastori della Chiesa. Egli espresse rammarico per «la dissonanza tra la risposta tradizionale della Chiesa e alcune posizioni teologiche, diffuse anche in Seminari e Facoltà teologiche, circa questioni della massima importanza per la Chiesa e la vita di fede dei cristiani, nonché per la stessa convivenza umana» (Giovanni Paolo II, Veritatis splendor, n. 4).

VII. Conclusione

Dio ha istituito la teologia cattolica quando ha creato la natura umana e si è rivelato agli esseri umani. Dio ha creato la natura umana come natura razionale, capace di comprendere la realtà come avente origine in Dio e in Lui trovando il suo compimento. Dio non era obbligato a creare. Né era obbligato a redimere. Sia l’attività creatrice di Dio che la Sua attività redentrice procedono dalla Sua saggezza e dalla Sua bontà. Pertanto, la teologia cattolica ha origine da Dio e trova la sua collocazione nella persona umana. La teologia cattolica riflette la bontà e la saggezza di Dio sia in Lui stesso sia nella persona umana che Egli ha creato, redento e invitato a partecipare alla Sua saggezza e al Suo amore.

Poiché i principi primi della teologia sacra sono rivelati da Dio, la teologia cattolica è una scienza della fede. Sebbene la creatività umana abbia certamente un posto all’interno della teologia cattolica, l’ingegno umano non è la causa prima dell’indagine teologica. La fede che cerca la comprensione procede dalla fede stessa. Pertanto, l’atteggiamento caratterizzante della teologia cattolica è quello dell’accoglienza e della gratitudine. Gli articoli della fede — preziosi, soprannaturali e sacri — riflettono la generosità di Dio. La teologia cattolica è il frutto dell’amore saggio che Dio nutre per le sue creature.

All’interno della dinamica della fede che cerca la comprensione, la ragione umana non costituisce un ostacolo. La teologia cattolica, per definizione, si oppone a tutte le concezioni della conoscenza che pongono fede e ragione in opposizione fondamentale. Un’enfasi sulla fede che sopprime la ragione — talvolta definita fideismo — costituisce un errore profondo. Perché? Perché il fideismo mette fondamentalmente in dubbio che gli esseri umani possano effettivamente essere elevati dal divino. La ragione, anche se non è il punto di partenza ultimo della teologia cattolica, non rappresenta affatto uno svantaggio. Anzi, la fede invita alla comprensione. Una fede che non fosse orientata alla comprensione non sarebbe vera fede. La fede è orientata alla comprensione perché le creature di natura razionale ricevono la fede da un Dio che conosce perfettamente se stesso e tutto ciò che ha creato. Pertanto, non vi è nulla di sproporzionato nel desiderio rigoroso di comprendere i misteri della fede all’interno della teologia cattolica. Nessuna domanda è proibita all’interno della scienza della fede.

La teologia cattolica non è certamente razionalismo (una concezione della ragione che nega la legittimità della fede), ma è preminentemente razionale. Il Dio che ha creato sa ciò che ha creato. Il Dio che redime sa come ha redento la sua creazione. E Dio comunica un’esistenza intelligibile alle creature che cercano, per natura, l’intelligibilità sia del creato che del Creatore.

Data la sua origine in Dio, la teologia cattolica è una disciplina sacra. Questo libro ha deliberatamente fatto riferimento in modo ricorrente alla «teologia sacra». Poiché la teologia cattolica ha inizio dagli articoli di fede e il Dio che rivela tali articoli è, egli stesso, infinitamente santo, la teologia cattolica è essa stessa profondamente permeata dalla forma della santità. La teologia cattolica non è moralmente neutrale. Non è religiosamente indifferente. Non è indiscriminata quando si tratta di questioni sacre e profane. Piuttosto, la teologia cattolica presuppone necessariamente — in modo coerente, essenziale e coeso — la santità di Dio attraverso la sacralità dei principi che Dio ha rivelato. In quanto scienza divina scienza e una sacra saggezza, la teologia cattolica è una disciplina sacra.

La motivazione alla base della rivelazione divina non è altro che la salvezza umana. Di conseguenza, la teologia sacra trascende fondamentalmente le categorie e le aspettative del mondo accademico. In numerosi momenti nel corso della storia, la teologia sacra è stata accolta come membro a pieno titolo delle facoltà accademiche. Ciononostante, la teologia cattolica ha sempre riconosciuto che la propria legittimità come disciplina non deriva dalle facoltà accademiche stesse, bensì da Dio stesso. Pertanto, le correnti, le predilezioni e le preferenze specifiche del mondo accademico non esercitano un’autorità suprema sulla teologia sacra.

La teologia cattolica si avvale delle intuizioni di altre discipline nella sua contemplazione della verità divina (ad esempio, la filosofia). Tutta la verità è verità di Dio. Pertanto, qualsiasi verità che altre scienze scoprano o chiariscano non costituisce una minaccia per la scienza sacra, ma solo un beneficio. Ciononostante, la scienza sacra riconosce anche di appartenere a un ordine superiore rispetto a queste altre discipline ausiliarie. Ecco perché, storicamente, la teologia cattolica è stata definita «la regina delle scienze» (Congar, Storia della teologia, 53–54). Ciò non riflette alcun pregiudizio nei confronti delle scienze naturali. Le scienze naturali possono essere discipline veramente scientifiche. Ma la sublimità della teologia sacra — grazie alla sua origine divina e al suo orientamento beatifico — la rende santificante in modo esclusivo. In termini pratici, ciò significa che la teologia cattolica gode di una certa autonomia rispetto al mondo accademico — anche quando viene praticata in un’unione armoniosa e reciprocamente proficua con altre discipline scientifiche.

La teologia sacra è una disciplina impegnativa. Esige molto da chi la pratica perché il suo Dio supera ogni limite umano. Questa scienza sacra non dipende, in ultima analisi, dalle categorie dell’esperienza umana. Sebbene accolga l’arte, non è, propriamente parlando, un’arte in sé. La teologia sacra trascende qualsiasi presupposto umano individuale o preferenza personale. È una scienza per tutti — non solo per il singolo. È una disciplina magnanima. È un’impresa ambiziosa che non soffre di alcuna superbia immeritata. È orientata alla conoscenza degli oggetti più grandi — i misteri divini — in un modo che supera tutte le altre scienze.

Inoltre, le distinzioni precise che caratterizzano la pratica della teologia sacra sono segni della sua magnanimità. La precisione speculativa non frustra né compromette la sublimità di Dio e della Sua rivelazione. Al contrario, le distinzioni sono il risultato necessario della cognizione umana. Coloro che desiderano accogliere in modo profondo l’invito a comprendere la fede abbracciano la precisione richiesta da questa scienza sacra. Il rigore della teologia cattolica è la risposta umana appropriata alla sublimità della fede e alla vastità del suo oggetto.

Sebbene non tutte le espressioni autentiche della teologia cattolica debbano necessariamente seguire il metodo preciso della scolastica medievale, ad esempio, gli storici hanno indicato la scolastica medievale come una delle espressioni più complesse e imponenti del desiderio umano di comprendere veramente la realtà della fede. Il saggio teologo cattolico riconosce di aver bisogno di distinzioni per comprendere la semplicità delle cose divine. Le distinzioni, quindi, sono strumenti attraverso i quali si raggiunge la comprensione umana. Senza distinzioni, la comprensione umana delle cose divine non avrà luogo. Tuttavia, la teologia cattolica non considera le distinzioni come il fine della sua indagine contemplativa. Le idee in sé non costituiscono il termine di questa scienza sacra. I teologi cattolici riconoscono che le distinzioni devono, in ultima analisi, ricondursi alla semplicità di Dio, anche se la semplicità divina sfugge alla comprensione della fede che i teologi perseguono in questa vita.

Paradossalmente, questo punto ci porta a un altro, ovvero: la teologia cattolica non è una disciplina d’élite. In altre parole, non è una scienza riservata esclusivamente a coloro che possiedono titoli di studio avanzati o che hanno una predisposizione naturale per le questioni speculative o teoriche. In ambito accademico, naturalmente, esiste una gerarchia accademica. E tale gerarchia è al tempo stesso necessaria e positiva. Il mondo accademico tutela e coltiva giustamente la corporazione intellettuale. La teologia cattolica, tuttavia, è aperta a tutte le persone. Chiunque desideri comprendere la verità rivelata da Dio può sinceramente dedicarsi alla comprensione della fede. L’unico prerequisito per intraprendere il compito della teologia cattolica è un sincero desiderio di comprendere la rivelazione divina. La padronanza delle fonti teologiche, dei testi accademici e delle narrazioni storiche non è la condizione imprescindibile della teologia cattolica. Tale padronanza è, certamente, utile per comprendere la fede. Inoltre, coloro che dedicano la propria vita allo studio della verità sacra raggiungeranno, necessariamente, una notevole competenza in queste materie. L’oggetto della contemplazione teologica, tuttavia, rimane Dio stesso — non i libri, le idee o le narrazioni su Dio.

Infine, la teologia cattolica è una disciplina santificante. Come osservato in precedenza, la teologia cattolica è una disciplina sacra. In quanto corpus di conoscenze, è diversa da ogni altra impresa scientifica. È una che ha origine da Dio e a Lui è orientata. Chi pratica la teologia cattolica, tuttavia, non può aspettarsi di prosperare in questa disciplina sacra senza un’intimità sempre più profonda con Dio. Non può esserci una vera divisione, all’interno del teologo, tra Dio come fine scientifico e Dio come fine personale. In

altre parole, è impossibile separare la santità della teologia sacra dalla santificazione di chi la pratica.

La persona umana è essenzialmente una: un essere unificato. Il pensiero umano è indissolubilmente legato alla vita umana. Pertanto, se un teologo non conduce una vita ordinata a Dio, la sua contemplazione teologica mancherà la verità su Dio. Viceversa, un teologo che sia gravemente fuorviato dal punto di vista intellettuale subirà conseguenze deplorevoli anche sul piano esistenziale. L’effetto personale ultimo della teologia cattolica è la santificazione del teologo. E, in questo senso, possiamo affermare che tutte le persone umane sono chiamate a essere teologi. Gli sforzi intellettuali del teologo cattolico per comprendere i misteri della fede confluiscono necessariamente nella

vita affettiva della persona umana. Per sintetizzare la questione: come pensa un teologo cattolico, così vive; e come vive, così pensa.

Ciò ci riporta all’argomento con cui abbiamo iniziato: Dio. La teologia cattolica si colloca tra Dio e Dio. Dio è la causa della realtà naturale. Dio è anche l’origine degli articoli di fede. Dio è il fine naturale di tutto ciò che esiste ed è il fine soprannaturale della persona umana. Dio è l’inizio e la fine della teologia cattolica, e tutte le autentiche espressioni di questa sacra disciplina gioiscono del suo orientamento incentrato su Dio.

Di conseguenza, l’obiettivo ultimo dei teologi cattolici è conoscere e amare Dio più pienamente e raggiungere la beatitudine soprannaturale, che non è altro che vedere Dio faccia a faccia.

La domanda perenne

Le domande permeano l’intera esperienza umana. Esse danno origine alla riflessione deliberata e precisa della mente umana sulla realtà. Le domande poste e quelle a cui si risponde costituiscono aspetti unici della dignità della persona umana. Le domande unificano una disciplina e possono anche influenzare l’intero corso della vita di una persona.

La domanda «Che cos’è la teologia cattolica?» è inevitabilmente legata a un’altra domanda, più fondamentale: «Chi è Dio?». Poiché Dio è il creatore e il redentore del mondo, Egli è l’origine, l’oggetto e il fine della teologia cattolica. Di conseguenza, la teologia cattolica è importante per tutte le persone. Perché? Tutti gli esseri umani, per loro natura, desiderano conoscere e amare Dio. Siccome Dio è importante, la teologia cattolica è importante.

Qualsiasi introduzione alla teologia cattolica risulterà insufficiente. La fede cristiana è così vasta e profonda da sfuggire a una semplice sintesi. Eppure è proprio per questo che la teologia cattolica è così necessaria. La verità e la bontà di Dio suscitano nella persona umana una risposta di desiderio: il desiderio di una conoscenza intima e di un’unione intima. Alla fine, nessuno si accontenta di una mera «introduzione» a chi è Dio e a ciò che Egli ha compiuto. Poiché la natura umana è incline alla verità e alla bontà, tutti desiderano comprendere meglio Dio, che è la Verità e la Bontà stessa.

Pertanto, tutte le persone sono meravigliosamente incline all'opera della teologia.

[Tradotto in italiano da Giulio Muci]

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Cajetan Cuddy, O.P.

Cajetan Cuddy, O.P. è professore assistente di teologia dogmatica e morale presso la Dominican House of Studies di Washington, D.C.

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